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Widewuto

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Stendardo e stemma di Widewuto come riportati da Simon Grunau: l'uso di uno stemma accompagnato da animali come sostegni, molto diffuso nel XVI secolo, è tuttavia anacronistico per il VI secolo, periodo in cui Widewuto sarebbe vissuto

Widewuto è un personaggio della mitologia prussiana, considerato il fondatore del popolo dei Prussi e loro primo sovrano.

Il mito relativo alle sue vicende ci è giunto solo tramite alcune cronache tedesche del XV e XVI secolo e la sua autenticità, per lo meno nella forma in cui ci è stato tramandato, è messa in forte dubbio dalla comunità storica contemporanea.

Il nome di questo personaggio può essere trovato in numerose forme differenti a seconda dell'autore e del periodo storico. Altre varianti molto diffuse sono: Videvutis, Widowuto, Viduutus, Vidvutus, Witowudi, Waidewut, Vaidevutis e Videvuts.

Secondo il medievista tedesco Michael Baurer il nome Widewuto sarebbe un'invenzione di Erasmo Stella a partire dal nome della popolazione germanica dei Vidivari, che abitava presso la foce della Vistola.[1] Secondo il mitologo bielorusso Sjarhej San'ko il nome Widewuto sarebbe invece di effettiva origine prussiana e avrebbe il significato di "figlio della vedova".[2]

Versione di Erasmo Stella

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La prima fonte a parlarci del mito di Widewuto è il De Borussiae antiquitatibus di Erasmo Stella, un cronista tedesco noto per falsificare le proprie fonti e per arricchire le sue opere con proprie invenzioni letterarie, quali eroi eponimi dai nomi latini o pseudolatini, paretimologie improbabili tra lingue diverse e collegamenti spuri con la mitologia greca e romana o con personaggi ed eventi della storia antica.[3]

Nella cronaca di Stella i Prussi ancestrali sono descritti come una popolazione selvaggia e incolta originaria dei monti Ripei e successivamente emigrata in Hulmigeria (che fu da loro ribattezzata Prussia), dove si espansero fino alla Vistola scacciando le locali popolazioni germaniche.[4] Poi, ai tempi dell'imperatore Valentiniano, un gruppo di Alani si sarebbe stabilito tra i Pruzzi, che li accolsero e che addirittura, per porre fine al proprio costante stato di guerra interna, elessero Widewuto (Vidvutus), il più nobile tra gli Alani, come loro re. Il nuovo sovrano insegnò loro l'agricoltura e la metallurgia e diede loro leggi e istituzioni religiose. Dopo un lungo regno pacifico, Widewuto sarebbe poi morto lasciando la corona ai suoi quattro figli, che però cominciarono immediatamente a farsi guerra tra loro. Il maggiore di essi, Litalalanus, nato dalla moglie alana di Widewuto, decise di abbandonare la Prussia insieme al resto degli Alani e migrò verso est, dove diede inizio al popolo dei Lituani; gli altri tre figli, Pomesanus, Galingus e Natangius, nati dalla moglie prussa di Widewuto, si spartirono invece il regno paterno, divenendo capostipiti rispettivamente di Pomesani, Galindi e Natangi. Da questi poi, tramite altri eredi eponimi, sarebbero discesi tutti gli altri popoli prussiani. Tuttavia col tempo essi si sarebbero dati nuovamente alla guerra costante e alle razzie verso i popoli vicini, dimenticando molti degli insegnamenti che Widewuto aveva dato loro.[5]

Versione dello Pseudo-Cristiano

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Un'altra versione del mito di Widewuto ci è giunta tramite una cronaca anonima del XV o XVI secolo oggi andata perduta ma citata da vari altri cronisti dell'epoca. Questa cronaca, un tempo attribuita al vescovo Cristiano di Oliwa, è oggi nota nella letteratura specialistica come Cronaca dello Pseudo-Cristiano,[6] Cronaca di Oliwa[7] o Cronaca dei monaci di Elbing.[8]

In questa narrazione, Widewuto è invece indicato come un capotribù goto-cimbro originario della Scandinavia che, insieme al fratello Bruteno, si stabilì sulla Vistola nell'anno 550. Qui i due fratelli insegnarono gli usi civili alla popolazione locale: Widewuto divenne il loro primo re e diede al popolo leggi e istituzioni, Bruteno divenne invece il primo Kriwe (sommo sacerdote) e li istruì nel culto degli dei. In onore di quest'ultimo la popolazione locale avrebbe assunto il nome di Bruteni (da cui poi Pruteni).

Versione di Simon Grunau

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La versione più articolata e più nota del mito è quella narrata nella Preussische Chronik, scritta attorno al 1521 dal cronista tedesco Simon Grunau, il quale utilizzò acriticamente le precedenti cronache come fonti, armonizzandole e arricchendole con dettagli provenienti da altre opere o inventati di sana pianta.

Secondo la cronaca di Grunau, nell'anno 500 i Goti, sconfitti da Narsete e costretti a lasciare l'Italia, trovarono rifugio prima in Sassonia, dove fondarono la città di Gottinga, e poi in Danimarca, il cui re ne 514 offrì loro di stabilirsi nella terra dei Cimbri. Questi ultimi, per non divenire servi dei Goti, furono perciò costretti a lasciare la loro patria e, guidati dai fratelli Widewuto e Bruteno, raggiunsero una terra nota come Ulmiganea, abitata da una popolazione primitiva alla quale insegnarono gli usi civili e pratiche quali l'agricolutra e la produzione dell'idromele. Nel 521, in onore del più anziano dei due capi, l'Ulmiganea fu ribattezzata Brutenia per la quale Widewuto, scelto come primo re, introdusse una serie di leggi che regolavano la vita familiare, quella civile e l'amministrazione della giustizia; Bruteno, divenuto invece il primo Kriwe Kriwajto, insegnò ai nativi il culto degli dei, incentrato sulla triade divina Potrimpo-Perkunos-Patollo, e fondò il santuario di Rickoyoto. Nel 573 Widewuto e Bruteno, che avevano ormai rispettivamente 115 e 132 anni, temendo che i dodici figli del re potessero farsi guerra per la successione al trono, li convocarono a prestare giuramento davanti agli dei, dopodiché divisero tra loro il regno:

  • al primo figlio, Litpho o Litthuo, fu data la terra che da lui prese il nome di Lituania
  • al secondo figlio, Samo, fu data la terra che da lui prese il nome di Samland
  • al terzo figlio, Sudo, fu data la terra che da lui prese il nome di Sudovia
  • al quarto figlio, Nadro, fu data la terra che da lui prese il nome di Nadrovia
  • al quinto figlio, Scalawo, fu data la terra che da lui prese il nome di Scalovia
  • al sesto figlio, Nattango, fu data la terra che da lui prese il nome di Natangia
  • al settimo figlio, Barto, fu data la terra che da lui prese il nome di Bartia
  • all'ottavo figlio, Galyndo, fu data la terra che da lui prese il nome di Galindia
  • al nono figlio, Warmo, fu data la terra che da lui prese il nome di Varmia
  • al decimo figlio, Hoggo, fu data la terra che da lui prese il nome di Hockerland (nota anche come Pogesania dal nome di sua figlia Poggezana)
  • all'undicesimo figlio, Pomeso, fu data la terra che da lui prese il nome di Pomesania
  • al dodicesimo figlio, Chelmo, fu data la terra che da lui prese il nome di Culmerland

Quando anche l'ultimo principe ebbe ricevuto la sua parte di eredità e dopo aver offerto alcuni animali in sacrificio, i due fratelli tennero un ultimo discorso davanti al loro popolo per poi immolarsi sul fuoco, così da poter raggiungere gli dei nelle loro dimore.[9] Bruteno e Widewuto furono così divinizzati e venerati da lì in avanti con i nomi rispettivamente di Wurschayto (o Borsskayto) e Szwaybrotto.[10]

Critica storica

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Sebbene abbiano goduto di una discreta diffusione a livello popolare, a partire dal XIX secolo le cronache tedesche in questione sono state considerate fonti poco o per nulla affidabili per la ricostruzione della storia e delle leggende del popolo prussiano, e oggi la maggioranza degli storici le ritiene come opere di sostanziale fantasia.[3][11][12][13] Per fare alcuni esempi nel tempo: nel 1870 l'etnologo Wilhelm Mannhardt dedicò buona parte del proprio libro Letto-Preussische Götterlehre ad analizzare e smontare i falsi miti riportati dai cronisti medievali;[14] nel 1910 lo slavista Reinhold Trautmann, commentando la Preussische Chronik scrisse che «Grunau, la cui istruzione non fu molto approfondita, è di valore molto dubbio per la ricerca storica; soprattutto nella sua rappresentazione del passato, non è preciso con la verità, è inaffidabile e negligente»;[15] nel 2011 il già citato Baurer affermò che il personaggio di Widewuto sia da considerarsi in toto un'invenzione di Ersamo Stella e che gli autori successivi lo abbiano poi semplicemente ripreso e abbellito.[1]

Tuttavia già nello stesso Ottocento alcuni autori criticarono questo approccio minimalista verso le cronache tedesche. Lo scozzese James Hastings scrisse nella sua Encyclopædia of Religion and Ethics che le figure di Widewuto e Bruteno, per quanto probabilmente il loro ruolo nella versione di Grunau sia ispirato ai personaggi biblici di Mosè e Aronne, potrebbero adombrare l'effettiva esistenza tra i Prussi di un'antica monarchia duale, istituzione molto comune tra i popoli indoeuropei.[16] In tempi più recenti, questo approccio è stato condiviso da un numero crescente di autori e diversi accademici hanno messo in discussione questo totale rigetto delle fonti cronistiche, sostenendo che esse, sebbene consistano per la maggior parte di elementi e vicende spuri o romanzati, conservino almeno un nucleo originale effettivamente riconducibile alle tradizioni dei Prussi.[17] Diversi linguisti e antropologi sono riusciti a ricostruire possibili etimologie prussiane per vari nomi contenuti nel mito di Widewuto,[18] tra i quali anche il mitologo Sjarhej San'ko, che sostiene inoltre che nella coppia Widewuto-Bruteno sia individuabile un riflesso del mito indoeuropeo dei gemelli divini.[2] Lo storico lituano Gintaras Beresnevičius, considerato uno dei massimi esperti di mitologia baltica, sostiene addirittura, sulla base di considerazioni storiografiche e antropologiche, che il mito della migrazione di Widewuto e Bruteno dalla Scandinavia alla Prussia potrebbe nascondere il ricordo di un'antica migrazione di elementi germanici in seno al mondo prussiano dalla quale sarebbero nate le tribù dei Barti e dei Varmi.[19]

L'opera lirica Der Heidenkönig ("Il Re Pagano") di Siegfried Wagner, rappresentata per la prima volta nel 1933, rielabora all'interno della propria trama diversi elementi provenienti dal mito narrato da Simon Grunau, seppur traslandoli al tempo della crociata prussiana, e il principale antagonista della storia porta il nome di Waidewut.[20]

  1. 1 2 Brauer 2011, p. 218.
  2. 1 2 (PL) Sjarhej San'ko, Podstawowe składniki białoruskiej narracji sakralnej w perspektywie porównawczej, in Politeja, n. 22, Księgarnia Akademicka, 2012, pp. 153-182.
  3. 1 2 (DE) Joachim Schoenborn, Lebensgeschichte und Geschichtsschreibung des Erasmus Stella. Ein Beitrag zur Geschichte des gelehrten Fälschertums im 16. Jahrhundert, Düsseldorf, G. H. Nolte, 1938.
  4. Stella 1518, pp. 10-13.
  5. Stella 1518, pp. 24-31.
  6. Brauer 2011, p. 225.
  7. (DE) Walther Hubatsch, Zur altpreußischen Chronistik des 16. Jahrhunderts, in Archivalische Zeitschrift, vol. 50/51, 1955, pp. 429-462.
  8. (DE) Udo Arnold, Studien zur preußischen Historiographie des 16. Jahrhunderts, Bonn, 1967.
  9. Grunau 1875, pp. 59-79.
  10. Grunau 1875, pp. 95-96.
  11. (LT) Simas Sužiedėlis, ed. (1970–1978), "Grunau, Simon", Encyclopedia Lituanica, II, Boston, Massachusetts: Juozas Kapočius, pp. 393–394, LCC 74-114275.
  12. (EN) Endre Bojtár, Foreword to the Past: A Cultural History of the Baltic People, Central European University Press, 1999, pp. 212, 312-315, ISBN 978-9639116429.
  13. (EN) Simas Sužiedėlis (a cura di), Grunau, Simon, in Encyclopedia Lituanica, vol. 2, Boston, Lithuanian Encyclopedia Press, 1970-1978, pp. 393-394.
  14. (DE) Wilhelm Mannhardt, Letto-Preussische Götterlehre (PDF), Riga, Lettisch-Literarischen Gesellschaft, 1936 [1870], pp. 69 e passim.
  15. (DE) Reinhold Trautmann, Die altpreussischen Sprachdenkmäler, Gottinga, Vandenhoeck und Ruprecht, 1910, p. 25.
  16. (EN) James Hastings, Old Prussians - 3. Sociology, in Encyclopædia of Religion and Ethics, vol. 9, Edimburgo, T&T Clark, 1917, pp. 487-488.
  17. (LT) Gintaras Beresnevičius, Rickoyotto šventykla: Simono Grunau aprašymas ir kultinis Šiaurės Europos kontekstas ankstyvaisiais viduramžiais. (PDF), in Naujasis Židinys–Aidai, n. 10, 1996, pp. 621-629.
  18. (LT, EN) Rolandas Kregždys, Baltų mitologemų etimologijos žodynas II: Sūduvių knygelė / Etymological Dictionary of Baltic Mythologemes II: Yatvigian Book (PDF), Vilnius, Lietuvos kultūros tyrimų institutas, 2020, pp. 522-537, ISBN 978-609-8231-18-2.
  19. (LT) Gintaras Beresnevičius, Prūsijos amfiktionijos steigtis prūsų legendose ir germaniškasis kontekstas (PDF), in Tautosakos darbai, vol. 31, 2006, pp. 190-200, ISSN 1392–2831 (WC · ACNP).
  20. (DE) Engelbert Hellen, Der Heidenkönig, su Kalssika. URL consultato l'11 marzo 2026.

Voci correlate

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