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Strage di Bologna

Coordinate: 44°30′21.5″N 11°20′34.5″E
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Strage di Bologna
attentato
L'ala ovest della stazione di Bologna Centrale, crollata a seguito dell'esplosione dell'ordigno che causò la strage.
TipoAttentato dinamitardo
Data2 agosto 1980
10:25 (UTC+2)
LuogoStazione di Bologna Centrale
StatoItalia (bandiera) Italia
Regione  Emilia-Romagna
Comune Bologna
Coordinate44°30′21.5″N 11°20′34.5″E
Responsabili
Motivazione
Conseguenze
Morti85
Feriti216[9]
Mappa di localizzazione
Mappa di localizzazione: Bologna
Luogo dell'evento
Luogo dell'evento

La strage di Bologna fu un attentato di matrice neofascista[10] e piduista avvenuto sabato 2 agosto 1980 alla stazione Centrale di Bologna. Un ordigno, posto nella sala d'aspetto di seconda classe, esplose provocando la morte di 85 persone e il ferimento di oltre 200.[11] Si tratta dell'attentato terroristico più grave nella storia della Repubblica italiana.

Si inserisce nella strategia della tensione volta a condizionare la politica italiana,[12][13] assieme alla strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, quella di piazza della Loggia del 28 maggio 1974 e la strage del treno Italicus del 4 agosto 1974.[14]

Le indagini si indirizzarono quasi subito sulla pista neofascista; ma solo dopo un lungo iter giudiziario e numerosi depistaggi, la sentenza definitiva del 1995 condannò due terroristi del gruppo Nuclei armati rivoluzionari, Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, «come appartenenti alla banda armata che ha organizzato e realizzato l'attentato di Bologna».[15] Nel 2007 si aggiunse la condanna di Luigi Ciavardini, minorenne all'epoca dei fatti,[12] e nel 2023 quella di Gilberto Cavallini.[16]

Negli anni 2020 una ulteriore inchiesta della procura di Bologna e i successivi gradi di giudizio hanno concluso che fra gli esecutori materiali vi fu anche il neofascista Paolo Bellini e che i capi della loggia P2 Licio Gelli e Umberto Ortolani finanziarono con ingenti somme[17] gli esecutori materiali e altri organizzatori della strage fra cui il funzionario del Ministero dell'interno Federico Umberto D'Amato, capo dell'Ufficio Affari Riservati fino al 1974.[18] Le sentenze hanno inoltre accertato che la strage fu coordinata da esponenti dei servizi segreti italiani e da altri apparati dello Stato "deviati".[3][19][20][21]

Storia

Primi soccorsi.
Cittadini e vigili del fuoco trasportano all'esterno della stazione uno dei feriti.
L'autobus 4030 della linea 37, utilizzato per trasportare i feriti all'ospedale.

L'attentato

Alle 10:25 di sabato 2 agosto 1980, nella sala d'aspetto di seconda classe della stazione di Bologna Centrale, affollata di turisti e di persone in partenza o di ritorno dalle vacanze, venne fatto esplodere un ordigno a tempo contenuto in una valigia, causando il crollo dell'ala ovest del fabbricato di stazione,[11] compresi gli uffici che si trovavano sopra alle sale d'aspetto.[22] Secondo la perizia esplosivistica disposta negli anni 2010, la bomba era una miscela di 15 kg[23][24] di esplosivo ottenuto dallo scaricamento di munizioni d'artiglieria o bombe d'aereo o comunque munizioni militari risalenti alla Seconda Guerra Mondiale.[25][26][27]

La valigia con l'ordigno fu sistemata a circa 50 cm d'altezza, su un tavolino portabagagli sotto il muro portante della sala.[28] L'onda d'urto dell'esplosione, con le pietre e i detriti dell'ala ovest del fabbricato, devastò il parcheggio dei taxi nel piazzale antistante e distrusse un tratto di circa 30 m della pensilina del primo binario, investendo anche il treno Ancona-Basilea, che si trovava in sosta sul primo binario.[29] L'esplosione causò la morte di 85 persone e il ferimento di oltre 200, molti dei quali con mutilazioni e invalidità permanenti.[30]

I soccorsi

Immediatamente si attivarono i soccorsi e molti cittadini, insieme ai viaggiatori presenti, prestarono i primi soccorsi alle vittime e contribuirono a estrarre le persone sepolte dalle macerie. La corsia di destra dei viali di circonvallazione del centro storico di Bologna fu riservata alle ambulanze e ai mezzi di soccorso.[31] Dato il grande numero di feriti, non essendo i mezzi sufficienti al loro trasporto verso gli ospedali cittadini, i vigili impiegarono anche autobus (si ricorda in particolare quello della linea 37[30][32]), auto private e taxi.

Al fine di prestare le cure alle vittime, i medici e il personale ospedaliero fecero ritorno dalle ferie, così come i reparti, chiusi per le ferie estive, furono riaperti per consentire il ricovero di tutti i pazienti.[33][34] L'autobus 37 divenne, insieme all'orologio fermo alle 10:25,[35][36] uno dei simboli della strage. Il corpo di una delle vittime, la ventiquattrenne Maria Fresu, non venne ritrovato. Soltanto il 29 dicembre 1980 fu accertato che alcuni resti ritrovati sotto il treno diretto a Basilea appartenevano alla Fresu che evidentemente si trovava così vicina alla bomba che il suo corpo fu completamente disintegrato dall'esplosione.[37]

Manifestazione di protesta in piazza Maggiore a Bologna, durante la celebrazione dei funerali delle vittime.

Le manifestazioni seguenti

Nel pomeriggio del giorno della strage il Presidente della Repubblica Sandro Pertini giunse con un elicottero a Bologna[30] e in lacrime affermò di fronte ai giornalisti: «Non ho parole, siamo di fronte all'impresa più criminale che sia avvenuta in Italia».[38]

Nei giorni successivi la centrale piazza Maggiore ospitò imponenti manifestazioni di sdegno e di protesta da parte della popolazione[39] e non furono risparmiate accese critiche e proteste rivolte ai rappresentanti del governo, intervenuti il giorno dei funerali delle vittime celebrati il 6 agosto nella basilica di San Petronio. Gli applausi furono riservati solo al presidente Pertini e al sindaco Renato Zangheri.[38]

L'associazione dei familiari delle vittime

«I terroristi hanno commesso un solo errore: compiere la strage a Bologna.»

L'Associazione tra i familiari delle vittime della strage di Bologna del 2 agosto 1980 si costituì il 1º giugno 1981 allo scopo di «ottenere con tutte le iniziative possibili la giustizia dovuta»: costituita inizialmente da 44 persone, il numero di associati crebbe fino ad arrivare a 300 elementi. Negli anni successivi alla strage è rimasta attiva, tanto per contribuire alle indagini, quanto per tenere vivo il ricordo, anche facendo rete con le analoghe associazioni di familiari delle vittime della strategia della tensione.[41]

L'impulso dell'Associazione e dei suoi avvocati fu prezioso per il processo che individuò i mandanti, in particolare nel reperimento di alcune prove decisive come il "documento Bologna", un appunto manoscritto da Gelli in cui elencava cospicui pagamenti per i collaboratori della strage,[42] e il video amatoriale di un turista, in formato Super 8, che contribuì a confutare l'alibi di Bellini.[43]

La loggia massonica Propaganda 2

Nel 1980 la loggia massonica Propaganda 2, detta anche P2, era un gruppo di potere occulto quasi sconosciuto al grande pubblico, che ne ignorava le ramificazioni all'interno dello Stato italiano.

Nel marzo del 1981 fu eseguita una perquisizione di tutti i recapiti del capo della P2, Licio Gelli,[44] nella quale emersero alcuni elenchi di affiliati, che vennero pubblicati nel successivo maggio, e che comprendevano molti funzionari in posizioni di vertice dei servizi segreti italiani (SISMI, SISDE e CESIS).[45]

La P2 esercitava il suo controllo anche su importanti mezzi di informazione: ad esempio erano affiliati il presidente del gruppo Rizzoli e il direttore del Corriere della Sera.[46]

Nel dicembre 1981 si insediò la Commissione parlamentare di inchiesta sulla loggia massonica P2, presieduta dall'onorevole Tina Anselmi. Al termine dei lavori, nel 1984 produsse una relazione finale in cui affermava in particolare che la loggia P2 era responsabile della strage avvenuta nel treno Italicus nel 1974.[47]

Le indagini

Le prime ipotesi

Lo sgombero delle macerie dell'ala ovest della stazione

Nelle prime ore successive allo scoppio, si diffuse la voce che potesse essere esplosa una caldaia, ma venne presto smentita dalle evidenze.[48][49] L'Unità, nell'edizione del giorno dopo alla strage sostenne l'idea della matrice neofascista, basandosi su una presunta rivendicazione da parte del gruppo terroristico neofascista dei Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR).[50] Infatti arrivarono da subito alcune rivendicazioni[51] in particolare da parte dei NAR ma anche dalle Brigate Rosse, seguite da altrettante telefonate di smentita di militanti dei due gruppi.[52] Il 4 agosto il presidente del Consiglio dei Ministri, Francesco Cossiga, dichiarò in Senato che la strage aveva una chiara matrice di destra.[9] Due giorni prima della strage il giudice istruttore bolognese aveva depositato l'ordinanza di rinvio a giudizio dei neofascisti toscani accusati della strage dell'Italicus. Anche questa circostanza indusse ad avviare le indagini all'interno dell'area del terrorismo nero.[53]

Il 22 agosto un rapporto della DIGOS, che conteneva documenti come i «fogli d'ordini» di Ordine Nuovo e La disintegrazione del sistema di Franco Freda, avvalorò la necessità di indagare negli ambienti neofascisti.[54]

Il 26 agosto 1980 la Procura della Repubblica di Bologna emise 28 ordini di cattura nei confronti di militanti di estrema destra dei NAR, di Terza Posizione e del Movimento Rivoluzionario Popolare.[53] A questi se ne aggiunsero un'altra ventina nei mesi successivi.[48] Le accuse comprendevano associazione sovversiva, banda armata ed eversione dell'ordine democratico,[55] e per tre di essi anche omicidio plurimo aggravato e quindi strage.[56] In base ai rapporti della DIGOS, e anche in base alle testimonianze e dichiarazioni di alcuni detenuti, finirono sotto inchiesta già nel 1980 in particolare: Paolo Signorelli, Massimiliano Fachini e Fabio De Felice legati a Ordine Nuovo e al MSI,[57] Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Mario Corsi dei NAR, i futuri fondatori di Forza Nuova Roberto Fiore e Massimo Morsello che allora erano latitanti,[58] Gabriele Adinolfi di Terza Posizione, il criminologo della camorra e della destra eversiva Aldo Semerari,[48] il futuro pentito Sergio Calore, e poi Roberto Rinani, Claudio Mutti, Marcello Iannilli e Francesco Furlotti.[59]

L'influenza di Gelli sul servizio segreto civile

Nel 1980 il direttore del SISDE (servizio segreto civile) era il generale Giulio Grassini, e il direttore del centro SISDE 2 di Roma era Elio Cioppa, e si scoprirà che entrambi erano iscritti alla P2.[45]

Nei primi giorni di settembre Cioppa incontrò Gelli, nell'hotel di Roma dove questi soggiornava, e ricevette dal capo della P2 l'invito a seguire la "pista internazionale" e a lasciar perdere le indagini già in corso.[60][61][62]

In effetti Cioppa in agosto aveva raccolto la testimonianza di un detenuto, Giorgio Farina, che accusava tre estremisti di destra[63] di essersi procurati l'esplosivo per fare la strage. Questa testimonianza, portata all'attenzione degli inquirenti bolognesi, aveva contribuito agli ordini di cattura del 26 agosto.[64][65] Le accuse di Farina vennero esaminate con attenzione e ritenute in buona parte inattendibili e calunniose;[66] in ogni caso dopo l'esortazione di Gelli il SISDE abbandonò le indagini verso l'eversione neofascista interna[67] e lo stesso Grassini avallò la "pista libanese" presso la magistratura bolognese.[68]

Il depistaggio "terrore sui treni"

Nel 1980 il servizio segreto militare (SISMI) era diretto dal generale Giuseppe Santovito, e il "numero due" era il generale Pietro Musumeci; si scoprirà che entrambi erano affiliati alla P2, il cui capo indiscusso era Gelli.[69]

Nei primi mesi dopo la strage il SISMI fornì ai magistrati notizie e segnalazioni in base a cui i sospetti dovevano essere indirizzati oltre confine.[70] L'ipotesi scaturita da quelle indicazioni era quella di un complotto internazionale che coinvolgeva terroristi stranieri e neofascisti italiani latitanti all'estero con collegamenti in Italia, ma in realtà era un montaggio costruito a tavolino, utilizzando vecchie informazioni e notizie completamente inventate.[71][72]

Il culmine delle azioni di depistaggio si raggiunse il 13 gennaio 1981: in uno scompartimento di seconda classe del treno Taranto-Milano fu scoperta una valigia che conteneva otto lattine piene di esplosivo, lo stesso esplosivo che fece esplodere la stazione,[73] un mitra MAB, un fucile automatico da caccia, due biglietti aerei Milano-Monaco e Milano-Parigi. L'operazione, chiamata «Terrore sui treni», si dimostrò un falso del gruppo deviato del SISMI, che voleva accreditare la tesi della pista estera, facendo riferimento a una "fonte" che doveva restare segreta. La Corte d'assise di Roma accertò che «la fonte non esisteva e le informazioni erano false, costruite nell'ufficio di Musumeci e Belmonte, con la connivenza di Santovito». Nella motivazione i giudici scrissero che «la ricostruzione dei fatti, basata su prove documentali e testimoniali, e sulle dichiarazioni degli stessi imputati, fa emergere una macchinazione sconvolgente che ha obiettivamente depistato le indagini sulla strage di Bologna. Sgomenta che forze dell'apparato statale, sia pure deviate, abbiano potuto così agire, non solo in violazione della legge, ma con disprezzo della memoria di tante vittime innocenti, del dolore delle loro famiglie e con il tradimento delle aspettative di tutti i cittadini, a che giustizia si facesse».[71][74]

Francesco Pazienza, un faccendiere che collaborava con il direttore del SISMI Giuseppe Santovito, in particolare per depistare le indagini sulla strage.

La valigia era stata messa sul treno da un sottufficiale dei carabinieri per ordine del colonnello Giuseppe Belmonte, e conteneva oggetti personali di due estremisti di destra, un francese e un tedesco.[73] Un dossier fasullo, prodotto da Santovito,[73] riportava gli intenti stragisti dei due fantomatici terroristi internazionali in relazione con altri esponenti dell'eversione neofascista, tutti legati allo spontaneismo armato, senza legami politici, quindi autori e allo stesso tempo mandanti della strage.

Il 29 luglio 1985 Musumeci è stato condannato a 9 anni di carcere per associazione a delinquere, e Belmonte fu condannato a 7 anni e 8 mesi per associazione a delinquere, peculato e interesse privato in atti di ufficio.[75] Fu riconosciuto colpevole e condannato a 8 anni e 6 mesi anche il faccendiere Francesco Pazienza, un civile che esercitava un «ascendente condizionante» su Santovito.[76] Anche se gli ordini di fare i depistaggi provenivano da Santovito, questi non venne condannato perché morì nel 1984.[77]

In appello, il 14 marzo 1986, le condanne scesero a 3 anni e 11 mesi per Musumeci, 3 anni e 2 mesi per Pazienza, e 3 anni per Belmonte, perché per tutti gli imputati cadde l'accusa di associazione per delinquere:[78] per i giudici della Corte d'appello di Roma fu commessa una serie di attività censurabili e realizzate con fini di lucro, ma che non rientravano in un'organizzazione segreta parallela ai servizi segreti militari.[79]

Nel 1995, all'interno del primo processo sulla strage, Gelli e Pazienza furono condannati in via definitiva alla pena di 10 anni di carcere, come promotori dell'intera complessa azione di depistaggio.[77][80]

La ricerca dei mandanti

Licio Gelli, fondatore della P2 e finanziatore della strage, orchestrò anche i depistaggi perpetrati da alcuni ufficiali dei servizi segreti.

L'Associazione tra i familiari delle vittime della strage di Bologna del 2 agosto 1980 ha sempre sostenuto che, come in altre stragi analoghe, chi posizionò la bomba era solo un esecutore. Già nel 2012 il presidente dell'Associazione, Paolo Bolognesi, ha affermato che i mandanti vanno cercati nelle istituzioni italiane dell'epoca e in gruppi come la P2;[81] disse che Licio Gelli diede 10 milioni di dollari a persone dei servizi segreti e ad appartenenti all'organizzazione Gladio, prima e dopo il 2 agosto 1980.[82] L'Associazione ha sempre respinto le piste estere, sia quelle di estrema sinistra e arabe sia quelle che coinvolgono i servizi segreti dei Paesi NATO, affermando che la strage fu ideata da mandanti italiani (persone che stavano «nel cuore delle istituzioni»), per mantenere il potere in maniera autoritaria.[81] Bolognesi afferma che Fioravanti e Mambro negano la responsabilità della strage,[83] nonostante l'ammissione di tutti gli altri omicidi, perché troppo infamante e diversa dagli obiettivi e dal messaggio di lotta armata contro lo Stato che i NAR volevano rappresentare.[84]

Lo stesso Bolognesi ha scritto, con Roberto Scardova, il libro Stragi e mandanti. Sono veramente ignoti gli ispiratori dell'eccidio del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna? (2012) in cui è stata ipotizzata un'unica strategia anticomunista internazionale, attuata in Grecia con la dittatura dei colonnelli, in Italia con la strategia della tensione, comprendente falsi golpe di avvertimento e reali stragi, di cui Bologna fu il culmine, e in America Latina con i colpi di Stato dell'operazione Condor (Cile, dittatura argentina), con mandanti originari uomini dei servizi segreti anglo-americani, importanti politici italiani e stranieri.[85] La strategia della tensione sarebbe partita da prima della fine della seconda guerra mondiale con la costituzione, in ambito fascista, della struttura parastatale denominata Noto servizio o «Anello».[86]

Dopo la morte di Licio Gelli, nel 2015, Paolo Bolognesi ha ribadito la sua convinzione che l'ex capo della P2 fosse il mandante e l'organizzatore della strage, in vista di un nuovo tentativo di golpe previsto secondo lui nel 1981;[87] per questi motivi Bolognesi aveva depositato un esposto in Procura già nel 2011.[88][89]

Le argomentazioni dell'Associazione non riuscivano a convincere la Procura ordinaria. Nel marzo 2017 la Procura di Bologna chiese l'archiviazione dell'inchiesta sui mandanti, in quanto «non sarebbero emersi elementi per fondare l'ipotesi di un finanziamento [...] della strage proveniente da Licio Gelli e Umberto Ortolani» (entrambi deceduti), né di un coinvolgimento dell'organizzazione Gladio; la Procura non riteneva di poter escludere che i NAR avessero agito da soli, in nome del loro «spontaneismo armato» neofascista che li avrebbe spinti a rifiutare ogni collaborazione con forze da loro ritenute borghesi e colluse col «sistema» che essi volevano combattere.[87] La richiesta di archiviazione venne duramente criticata da Bolognesi.[90]

A sorpresa, nell'ottobre 2017, un giorno prima dell'udienza per l'archiviazione dell'inchiesta sui mandanti, la Procura generale di Bologna ha avocato il fascicolo, prendendo il posto della Procura ordinaria, e ottenendo quindi altro tempo per ulteriori indagini,[91][92] che portarono poi alla revoca del proscioglimento di Paolo Bellini[4] e alla sua successiva condanna, oltre che al riconoscimento dei vertici della loggia P2 come mandanti.

I processi

Valerio Fioravanti e Francesca Mambro durante il processo.

Primo processo (1987-1995)

L'11 dicembre 1985 i giudici istruttori Vito Zincani e Sergio Castaldo, accogliendo le richieste dei magistrati Libero Mancuso e Attilio Dardani, emisero venti mandati di cattura[93] e il 14 giugno 1986 furono rinviate a giudizio altrettante persone[94].

Il dibattimento cominciò il 19 gennaio 1987, e venne rinviato per l'unificazione con un procedimento a carico di Francesco Pazienza.[95]

Fasi principali del processo:[96]

  • Bologna, 9 marzo 1987, inizio del processo di primo grado.
  • 11 luglio 1988, sentenza.[97]
    • Ergastolo per il delitto di strage: Massimiliano Fachini, Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Sergio Picciafuoco.
    • Assolti dall'accusa di strage, per insufficienza di prove: Roberto Rinani e Paolo Signorelli.
    • Condannati per banda armata: Gilberto Cavallini, Massimiliano Fachini, Valerio Fioravanti, Egidio Giuliani, Francesca Mambro, Sergio Picciafuoco, Roberto Rinani e Paolo Signorelli.
    • Assolti dall'accusa di banda armata: Marcello Iannilli per non aver commesso il fatto; Giovanni Melioli e Roberto Raho per insufficienza di prove.
    • Assolti per associazione sovversiva: Marco Ballan, Giuseppe Belmonte, Fabio De Felice, Stefano Delle Chiaie, Massimiliano Fachini, Licio Gelli, Maurizio Giorgi, Pietro Musumeci, Francesco Pazienza, Paolo Signorelli e Adriano Tilgher.
    • Condannati per calunnia pluriaggravata al fine di assicurare l'impunità agli autori della strage: Giuseppe Belmonte, Licio Gelli, Pietro Musumeci e Francesco Pazienza[53].
  • 25 ottobre 1989, inizio del processo d'appello[53].
  • 18 luglio 1990, sentenza.
    • Assolti dall'imputazione di strage: Massimiliano Fachini, Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Sergio Picciafuoco, Roberto Rinani e Paolo Signorelli.
    • Conferma della condanna per banda armata: Gilberto Cavallini, Valerio Fioravanti, Egidio Giuliani e Francesca Mambro.
    • Condannati per calunnia aggravata (con pena ridotta da 10 a 3 anni) e assolti per associazione sovversiva: Giuseppe Belmonte e Pietro Musumeci. Assolti tutti gli altri imputati[53].
  • 12 febbraio 1992: le Sezioni Unite Penali della Corte di Cassazione dichiarano che il processo d'appello dev'essere rifatto, in quanto la sentenza viene definita illogica e priva di fondamento, «tanto che in alcune parti i giudici hanno sostenuto tesi inverosimili che nemmeno la difesa aveva sostenuto»[98]. Dal processo escono definitivamente Marco Ballan, Fabio De Felice, Stefano Delle Chiaie, Maurizio Giorgi, Marcello Iannilli, Giovanni Melioli, Roberto Raho, Paolo Signorelli e Adriano Tilgher.
  • 11 ottobre 1993, inizio del secondo processo d'appello.
    • Imputati di strage: Massimiliano Fachini, Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Sergio Picciafuoco.
    • Imputati di banda armata: Gilberto Cavallini, Massimiliano Fachini, Valerio Fioravanti, Egidio Giuliani, Francesca Mambro, Sergio Picciafuoco e Roberto Rinani.
    • Imputati di calunnia aggravata al fine di assicurare l'impunità agli autori della strage: Giuseppe Belmonte, Licio Gelli, Pietro Musumeci e Francesco Pazienza[99].
  • 16 maggio 1994, sentenza.
    • Ergastolo per il delitto di strage: Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Sergio Picciafuoco. Assolto: Massimiliano Fachini.
    • Condannati per banda armata: Gilberto Cavallini, Valerio Fioravanti, Egidio Giuliani, Francesca Mambro e Sergio Picciafuoco. Assolti: Massimiliano Fachini e Roberto Rinani.
    • Condannati per calunnia aggravata al fine di assicurare l'impunità agli autori della strage: Giuseppe Belmonte, Licio Gelli, Pietro Musumeci e Francesco Pazienza[100].
  • 23 novembre 1995, la Corte di Cassazione conferma la sentenza d'appello, ordinando un nuovo processo per Sergio Picciafuoco.[80]
  • 18 giugno 1996, la Corte d'appello di Firenze assolve Sergio Picciafuoco dall'accusa di strage e banda armata[101].
  • 15 aprile 1997, la Cassazione conferma l'assoluzione per Picciafuoco[101].

La sentenza definitiva della Cassazione è del 23 novembre 1995: furono condannati all'ergastolo, quali esecutori dell'attentato, i neofascisti dei NAR Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, che si sono sempre dichiarati estranei alla strage.[83] Il capo della P2 Licio Gelli, gli ufficiali del SISMI Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte, e il faccendiere Francesco Pazienza (collaboratore del SISMI) furono condannati per il depistaggio delle indagini.

Processo per depistaggio

  • Il 9 giugno 2000 la Corte d'assise di Bologna emise nuove condanne per depistaggio: 9 anni di reclusione per Massimo Carminati, estremista di destra, 4 anni e 6 mesi per Federigo Mannucci Benincasa, ex direttore del SISMI di Firenze, e Ivano Bongiovanni, delinquente comune legato alla destra extraparlamentare.
  • Nel 2001 la Corte d'appello ha assolto Carminati e Mannucci Benincasa, dichiarando inammissibile l'appello di Bongiovanni[102].
  • Il 30 gennaio 2003 la Cassazione confermò le due assoluzioni.

Secondo processo (1997-2007)

L'ultimo imputato condannato come esecutore materiale è Luigi Ciavardini: dopo essere stato assolto dall'accusa di strage e condannato per banda armata[103], fu condannato a 30 anni in appello[104]. La Cassazione annullò la sentenza, ordinando un nuovo processo[105], e nel nuovo dibattimento furono confermati i 30 anni per strage[106]. L'11 aprile 2007 la Cassazione confermò la sentenza, rendendola definitiva[107]. Nonostante la condanna, anche Ciavardini ha continuato a dichiararsi innocente.

La desecretazione degli atti

Con una direttiva del 22 aprile 2014, tutti i fascicoli relativi a questa strage non furono più coperti dal segreto di Stato e diventarono perciò liberamente consultabili da tutti.[108]

Terzo processo (2017-2020)

Gilberto Cavallini

Nel 2017 viene rinviato a giudizio Gilberto Cavallini, un altro ex NAR, con l'accusa di concorso in strage per aver offerto supporto e copertura agli altri terroristi.[87] Nel primo processo del 1988 Cavallini era stato condannato a 11 anni per banda armata.[109] Già nel corso di vari interrogatori negli anni '80, Fioravanti e Mambro dichiararono, non senza contraddizioni, che già prima della strage disponevano di documenti falsi forniti da Cavallini.[110][111]

Gilberto Cavallini, sulle cui spalle pesavano già otto ergastoli e che, al momento della sentenza si trovava in regime di semilibertà nel carcere di Terni[112], è stato ritenuto colpevole di concorso in strage con sentenza del 9 gennaio 2020 e per questo condannato all'ergastolo[113]. L'uomo si è dichiarato innocente e ha dichiarato anche a nome dei suoi compagni di gruppo di non avere nulla di cui chiedere perdono[114]. Il nuovo processo ha acquisito nuovi elementi provenienti da altri processi successivi al primo, tra cui alcuni biglietti attribuiti a Carlo Maria Maggi, il leader di Ordine Nuovo veneto condannato come mandante della strage di piazza della Loggia, con i quali si istruiva Carlo Digilio (anch'egli terrorista di Ordine Nuovo e responsabile al tempo del poligono di tiro di Venezia) di consegnare a Cavallini degli esplosivi.[115]

Durante la fase istruttoria sono inoltre emersi possibili elementi di contatto fra i NAR e servizi segreti italiani, come dei numeri di telefono annotati da Cavallini riconducibili a una struttura del SISDE, e la presenza di due covi dei NAR in via Gradoli a Roma, dove durante il rapimento Moro erano basate le Brigate Rosse di Moretti, in entrambi i casi in stabili di proprietà di agenzie immobiliari collegate al SISDE.[116][117]

La condanna all'ergastolo è confermata dalla Corte d'assise d'appello il 27 novembre 2023.[118]

Quarto processo (2020-2025)

L'11 febbraio 2020 la Procura Generale della Repubblica di Bologna ha chiuso la nuova inchiesta sulla strage contro i presunti mandanti e finanziatori, notificando quattro avvisi di conclusione indagine: Paolo Bellini, ex Avanguardia Nazionale, ritenuto esecutore[119] avrebbe agito in concorso con Licio Gelli, Umberto Ortolani, Federico Umberto D'Amato e Mario Tedeschi[120] oltre agli ex NAR già condannati.[121] Il 15 febbraio 2021 il Giudice per l'udienza preliminare Alberto Gamberini rinviò a giudizio Bellini con l'accusa di strage, Piergiorgio Segatel per depistaggio e Domenico Catracchia per false informazioni al pubblico ministero.[122]

Il 6 aprile 2022 la Corte d'assise di Bologna dichiarò Bellini colpevole del reato di strage e lo condannò alla pena dell'ergastolo, condannando inoltre Segatel a sei anni di reclusione e Catracchia a quattro.[123] Le sentenze furono confermate dalla Corte d'assise d'appello l'8 luglio 2024,[124] compreso il ruolo di mandanti per i piduisti Gelli e Ortolani e il ruolo di organizzatori per l'agente segreto D'Amato e per il senatore Tedeschi, ma essendo questi già deceduti non sono stati giudicati.[4][120] Il 1º luglio 2025 la Cassazione ha rigettato il ricorso presentato dalla difesa nel febbraio scorso[125][126] e confermato definitivamente la condanna all'ergastolo nei confronti di Paolo Bellini.[127][128]

Le responsabilità accertate

I due terroristi Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, neofascisti appartenenti ai NAR, sono stati riconosciuti definitivamente colpevoli della strage,[129] assieme a Luigi Ciavardini e Gilberto Cavallini. Altro personaggio importante è stato Paolo Bellini, descritto come "il quinto uomo" della strage, perché anch'egli è stato condannato in via definitiva.

Fioravanti e Mambro sono stati condannati dal tribunale civile in primo grado nel 2014 a risarcire, versandoli alla Presidenza del Consiglio e al Ministero dell'interno, oltre due miliardi di euro e 22,500 euro di spese processuali[130] ma risultando incapienti difficilmente potranno pagare questa somma e lo Stato potrà prelevare solo alcune centinaia di euro mensili dai loro stipendi.[131]

Gilberto Cavallini è stato condannato a risarcire delle provvisionali di centomila euro per ogni persona che ha perso un parente di primo grado o il coniuge, cinquantamila per chi ha perso un parente di secondo grado o un affine di primo o secondo grado, trentamila per chi ha perso un parente o un affine di grado ulteriore, quindicimila per ogni ferito, diecimila per chi ha un parente ferito.[113]

Le testimonianze

L'arresto di Luigi Ciavardini.

La condanna di Fioravanti, Mambro e Ciavardini si basò principalmente sulla testimonianza del criminale comune Massimo Sparti e del militante di destra Luigi Vettore Presilio; inoltre non avevano un alibi.[132] Vi furono poi collaboratori di giustizia che riportarono affermazioni – allusive alla strage – di Fioravanti e di Ciavardini, ad esempio quella in cui quest'ultimo consigliava a un'amica di non prendere il treno il 2 agosto.[133]

Di seguito, le principali prove testimoniali.

Sparti e il vestito «tirolese»

Massimo Sparti riferì di aver ricevuto una visita della coppia Mambro-Fioravanti il 4 agosto, due giorni dopo la strage. In quell'occasione, Fioravanti avrebbe fatto anche una battuta sulla bomba («Hai visto che botto?»). I due volevano procurarsi, tramite lo stesso Sparti, un documento falso per la Mambro[134]. Quest'ultima temeva, in quanto erano già ricercati per numerosi omicidi, di essere riconosciuta a qualche posto di blocco e si era perciò tinta i capelli, secondo quanto dedotto da Sparti. Fioravanti avrebbe aggiunto di non essere preoccupato per sé in quanto a Bologna si era camuffato da turista tedesco, con il tipico «vestito di cuoio ed il cappello con la piuma» (questa frase non compare in tutti i documenti) e che dovevano andare a nascondersi in Sicilia[135][136]. La testimonianza è stata interpretata sia nel senso che Fioravanti indossasse un costume tirolese, sia che fosse vestito in un modo che ricordasse l'abbigliamento dei turisti tedeschi[136].

Inoltre i presunti alibi, dichiarati dai tre che affermavano di essere insieme a Padova il 2 agosto per incontrare Gilberto Cavallini che a sua volta doveva vedersi con Carlo Digilio di Ordine Nuovo (poi diventato collaboratore di giustizia nell'inchiesta sulla strage di piazza Fontana), non furono confermati, né da Digilio né da Cavallini[137][138]. Una testimone ha affermato di aver visto alla stazione di Bologna una donna e un uomo vestiti stranamente, lui con un costume che ricordava un tipico vestito tedesco, fatto collimante con il racconto di Sparti: li vide poi parlare con una terza persona e andare via dieci minuti prima dello scoppio.[139] La testimone afferma di aver collegato i fatti una volta letto il resoconto delle indagini in cui Fioravanti sembrava essere l'uomo della stazione. Più tardi, dopo aver parlato con Paolo Bolognesi, affermò con incertezza che la donna poteva essere la Mambro, ma non fu convocata fra i testimoni del processo, fatto che avrebbe aggravato forse ulteriormente la posizione degli accusati[140]. Massimo Sparti, alcuni anni dopo, tentò di ritrattare la testimonianza, ma non fu creduto[1][52]. Il figlio riferì di una confessione di suo padre in punto di morte, in cui gli fu detto di essere stato costretto ad inventare la storia[141]. Il figlio di Sparti e la moglie affermarono che l'uomo era con loro e non si incontrò con nessuno la sera del 2 agosto né il giorno seguente, e nemmeno il pomeriggio del 4. Anche un amico di Sparti, Fausto De Vecchi, arrestato con lui, affermerà la versione del testimone, ma poi smentirà e cadrà in contraddizione. Le testimonianze saranno considerate però attendibili[142][143]. Sparti in particolare non conosceva la Mambro, ma affermò che si era tinta i capelli: dopo un'indecisione iniziale affermò di aver osservato la ricrescita dei capelli e aver pensato di conseguenza. La polizia scientifica prelevò una ciocca di capelli dalla Mambro dopo l'arresto, ma non trovò tracce di tintura (che solitamente rimangono in residuo anche dopo anni). Inoltre, a parte la testimone non citata in giudizio, sfilarono in aula molti sopravvissuti e nessuno ricordò costumi da tirolese alla stazione, né riconobbe i due neofascisti Mambro e Fioravanti. Nella sentenza si riconoscerà l'affidabilità di Sparti, e la veridicità delle sue accuse[142].

Valerio Fioravanti a processo nel 1982.

Le dichiarazioni di Luigi Vettore Presilio

La testimonianza di Sparti non era l'unica che contribuiva a indirizzare i magistrati verso l'eversione neofascista: nella sentenza del 1994 venivano elencati numerosi fatti e documenti che provavano come nell'ambiente del terrorismo di destra si sapesse già da tempo, prima del 2 agosto, del progetto di strage. Il 10 luglio 1980, nel carcere di Padova, il detenuto neofascista Luigi Vettore Presilio aveva rilasciato una dichiarazione al giudice istruttore Giovanni Tamburino, in cui si alludeva a un «evento straordinario» previsto per i primi di agosto, che «avrebbe riempito le pagine dei giornali»[144][145][146]. Presilio dichiarò di aver ricevuto la confidenza dal compagno di prigionia Roberto Rinani[147]. Dopo che le sue dichiarazioni furono rese pubbliche, a strage avvenuta, nel novembre 1980 Presilio fu accoltellato in carcere da persone incappucciate armate di coltelli da cucina e tondini acuminati[146] Dichiarò poi agli inquirenti di essere convinto che l'aggressione fosse dovuta alle sue rivelazioni, che erano state pubblicate dal settimanale L'Espresso dopo la strage[146].

Conversazione Nicoletti-Bonazzi

La strage fu di proporzioni superiori a quelle forse volute dagli stessi neofascisti organizzatori: due poliziotti penitenziari asserirono di aver ascoltato una conversazione tra i neofascisti Stefano Nicoletti, che confermò, ed Edgardo Bonazzi in cui affermavano che questo era quello che accadeva ad «affidarsi a dei ragazzini» (per la sentenza è un riferimento alla giovane età di Mambro, Fioravanti e soprattutto del diciassettenne Ciavardini)[148].

Massimiliano Fachini

Stando a una testimonianza dei neofascisti Mauro Ansaldi e Paolo Stroppiani, l'esponente di Ordine Nuovo Massimiliano Fachini, condannato in primo grado e poi assolto, era anch'egli a conoscenza del progetto dell'attentato. Ansaldi riferì di aver saputo da Mara «Jeanne» Cogolli (la redattrice della rivista clandestina Quex) di un incontro, avvenuto pochi giorni prima della strage, tra la Cogolli stessa e Fachini, nel corso del quale quest'ultimo le avrebbe consigliato di lasciare Bologna perché stava per succedere qualcosa di grosso[149][150].

Effettivamente Mara «Jeanne» Cogolli partì da Bologna verso la Corsica poco prima della strage, in compagnia dell'amico Mario Guido Naldi[151].

Mario Guido Naldi

Mario Guido Naldi, vicino agli ambienti della rivista di estrema destra Quex,[152] si era allontanato da Bologna all'alba del 2 agosto; fu raggiunto in Sardegna il 19 agosto 1980 da un agente del SISMI.[153] Interrogato in merito alla strage, dichiarò che la sua partenza del 2 agosto era stata una coincidenza banale e plausibile. Poi aggiunse, pur senza indicare alcun nome dei presunti responsabili, che «l'esplosione di Bologna, sono convintissimo, è una provocazione contro Quex. Ritengo che la matrice dell'attentato è senza dubbio di destra e rientra nella faida interna dei vari movimenti di estrema destra. Gli attentatori vengono da fuori Bologna, quasi certamente da Roma, oserei dire dalle organizzazioni Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale[154].

Naldi si riferiva a ex appartenenti alle due organizzazioni, entrambe ufficialmente sciolte all'inizio degli anni settanta.[155] Aggiunse poi di essere stato contattato da Roma nei mesi precedenti, per aprire una sezione di Terza Posizione a Bologna.[156]

Le dichiarazioni di Naldi indirizzarono verso la pista nera e contribuirono agli arresti del 26 agosto 1980.[157]

Dichiarazioni di Vincenzo Vinciguerra sulla strategia della tensione e su Ustica

Vincenzo Vinciguerra fu un neofascista che assieme ad alcuni camerati di Ordine Nuovo di Udine organizzò la strage di Peteano (GO) nel 1972 nella quale rimasero uccisi tre carabinieri.[158] In seguito militò anche in Avanguardia Nazionale e assieme al suo leader Stefano Delle Chiaie si recò sia in Spagna sia in paesi sudamericani controllati dalle dittature con le quali Delle Chiaie collaborava.[159]

Nel 1979 Vinciguerra si consegnò alla giustizia italiana, e dal 1984 confessò la sua colpevolezza nella strage di Peteano ma rifiutò di diventare formalmente collaboratore di giustizia e quindi non beneficiò di alcuno sconto di pena ed è ininterrottamente detenuto da allora.[160]

È considerato «teste fondamentale su varie fasi della strategia della tensione»[161] ed è stato ascoltato decine di volte nei processi delle stragi, fornendo molti riferimenti che non sono mai stati smentiti.[162]

Ha sempre sostenuto che le stragi eseguite dalla destra eversiva rispondessero a direttive provenienti da una struttura «parallela e segreta» del Ministero dell'Interno e dei carabinieri.[163][164][165][166][167] Lo scopo di questa strategia della tensione sarebbe stato la promulgazione di leggi eccezionali e cioè una svolta autoritaria dello Stato.[168] La strategia avrebbe previsto anche l'infiltrazione dei gruppi di estrema sinistra per far ricadere su di loro la responsabilità degli attentati e infine grazie alla repressione estromettere il Partito Comunista dalla politica italiana.[169][170]

Nel corso del "processo Bellini" Vinciguerra ha dichiarato che il funzionario D'Amato e il senatore Tedeschi collaboravano con la destra stragista.[171] Vinciguerra si è detto assolutamente certo della responsabilità di Fioravanti, Mambro e Ciavardini nella strage di Bologna.[172]

Ha anche sostenuto che la strage di Bologna sia stata funzionale ad offuscare il dibattito sull'abbattimento dell'aereo civile nei pressi dell'isola di Ustica (PA) da parte di aerei militari[173][174][175] perché quel fatto avrebbe potuto minare la fiducia dell'opinione pubblica nella NATO[176] e quindi compromettere la costruzione sul suolo italiano delle nuove strutture militari che erano in programma.[177]

Angelo Izzo e l'accusa a Ciavardini

Lo stesso argomento in dettaglio: Luigi Ciavardini § La strage di Bologna.

Un altro testimone dei processi, decisivo in particolare per la condanna di Ciavardini, fu il criminale comune e militante neofascista Angelo Izzo[178], che ha reso numerose e controverse testimonianze sugli anni di piombo, talvolta false[179]. Il pluriomicida accusò anche Stefano Delle Chiaie (accusato anche da Vinciguerra), che però venne poi assolto, come già avvenuto in altre occasioni in cui il leader di Avanguardia Nazionale venne imputato[senza fonte][180].

Angelo Izzo e Raffaella Furiozzi riferirono di confidenze, accusando Fioravanti, Mambro, Ciavardini ma anche Nanni De Angelis e Massimiliano Taddeini: gli ultimi due avevano un alibi solido, visto che proprio quel giorno si trovavano a Terni per disputare la prima finale nazionale di football americano, ripresi dalle telecamere Rai e alla presenza di circa 2.000 spettatori presenti sugli spalti. Ciavardini affermò invece di essere a Padova con Mambro e Fioravanti e pertanto, sulla base del fatto che per questi ultimi tale alibi era già stato ritenuto non valido, fu rinviato a giudizio e condannato.[senza fonte]

L'omicidio di Francesco Mangiameli

Stefano Delle Chiaie, il leader dell'estrema destra accusato per molti fatti legati agli anni di piombo, oltre che per l'Operazione Condor dove collaborò con Augusto Pinochet, Michael Townley e Klaus Barbie, è stato sempre assolto.

A metà luglio del 1980 il colonnello Amos Spiazzi, già coinvolto nel golpe Borghese e nella Rosa dei venti, poi incarcerato, fu incaricato dal SISDE per indagare sulla riorganizzazione dei gruppi eversivi di estrema destra. Spiazzi andò a Roma per incontrare un «informatore» neofascista appartenente a Terza Posizione, Francesco Mangiameli detto «Ciccio». Mangiameli avrebbe raccontato a Spiazzi dell'omicidio di Mario Amato e di un progetto per assassinare il giudice che indagò su piazza Fontana, Giancarlo Stiz. Mangiameli affermò di essere stato incaricato da Stefano Delle Chiaie, che poi verrà accusato dai depistatori (o meglio, saranno due uomini legati al suo gruppo internazionale le vittime del depistaggio, Delle Chiaie sarà assolto, come per le altre stragi), di reperire armi ed esplosivo ad ogni costo, e affermò che per i primi di agosto era previsto un attentato di enormi proporzioni, come si era detto già da parte di detenuti neofascisti. Il colonnello Spiazzi rilasciò il 31 luglio 1980, come dimostrato dal timbro di protocollo, un rapporto dettagliato alla direzione del SISDE su quanto riferitogli da Mangiameli e ne parlò poi, in un'intervista pubblicata dopo il 2 agosto, anche con il settimanale L'Espresso, non rivelando il nome dell'informatore, ma solo il soprannome «Ciccio»[181].

Il 9 settembre 1980, Francesca Mambro, Valerio e Cristiano Fioravanti (secondo la testimonianza resa da quest'ultimo), con Giorgio Vale e Dario Mariani, uccisero Mangiameli e gettarono il corpo zavorrato in un bacino artificiale[182][183]. Spiazzi sarà ancora arrestato, ma uscirà dalle inchieste nel 1989. Non sarà interrogato sul ruolo dei servizi segreti a Bologna, sempre che ne sapesse qualcosa[184]. Un comunicato di Terza Posizione, che in quel periodo aveva rotto i rapporti con i NAR, definì Mangiameli come l'ultima e ulteriore vittima della strage[185].

Cristiano Fioravanti avanzò la tesi che Mangiameli potesse essere stato testimone, nella sua casa di Palermo, degli accordi presi dal fratello Valerio con altre persone del luogo, in vista dell'omicidio di Piersanti Mattarella, presidente della giunta regionale siciliana, ucciso in un agguato il 6 gennaio 1980[186]:

«Fu poi compiuto l'omicidio del Mangiameli e come ho detto, sua moglie non venne all'appuntamento. Il giorno dopo rividi Valerio e lui era fermo nel suo proposito di andare in Sicilia per eliminare la moglie e la bambina di Mangiameli, e diceva che bisognava agire in fretta prima che venisse scoperto il cadavere di Mangiameli e la donna potesse fuggire. Io non capivo quell'insistenza nell'agire contro la moglie e la figlia del Mangiameli [...] e allora Valerio mi disse che avevano ucciso un politico siciliano in cambio di favori promessi dal Mangiameli e relativi sempre all'evasione di Concutelli oltre ad appoggi di tipo logistico in Sicilia»

Nella sentenza di Appello per la strage di Bologna,[187] il giudice ravvisa nella strage stessa, compiuta il 2 agosto 1980 da Fioravanti e Mambro, il vero movente dell'omicidio Mangiameli:

«Mangiameli era nelle condizioni di conoscere fatti e circostanze estremamente importanti in relazione alla strage. La vicenda Spiazzi aveva rivelato che egli era un inaffidabile depositario di quelle conoscenze. Gli imputati, conseguentemente, avevano fondati motivi di preoccuparsene e di volere la eliminazione del pericolo. (...). Del resto, il convincimento che l’omicidio Mangiameli fosse direttamente connesso con la strage di Bologna non è soltanto il risultato di una argomentazione logica compiuta in sede giudiziaria a distanza di tempo dagli eventi. Invero, il volantino diffuso dai militanti palermitani di Terza Posizione tre giorni dopo il ritrovamento del cadavere sta chiaramente a dimostrare che gli amici di Mangiameli giunsero subito alla medesima conclusione. Si legge, infatti, nel volantino: “L’ignobile strage di Bologna, che tanto da vicino ricorda … quelle di piazza Fontana, di Brescia, di Peteano, del treno Italicus, ha forse fatto la sua 85ª vittima?»

Spiazzi, il 2 luglio 1980 e poi il 2 agosto, annotò nei suoi appunti due frasi simili; il giorno della strage infatti scrisse: «andato ore 10.30» (l'ora dell'esplosione era quella delle 10:25) e «ritirato pacco»[189].

Possibili moventi della strage

Il documento di Mario Tuti

Il 31 agosto 1980 le forze dell'ordine ritrovarono in una cabina telefonica di Bologna un documento con l'intestazione «Da Tuti a Mario Guido Naldi». Mario Tuti era un altro estremista che dal carcere spediva articoli al Naldi per la rivista Quex. Il contenuto del documento fu visto dai magistrati come un incoraggiamento al terrorismo stragista[190][191]:

«L'Italia è per noi il campo di battaglia d'elezione per la lotta contro l'internazionale pluto-marxista [...]. Per cercare di raggiungere questo obiettivo, è necessario disarticolare il Sistema. Le nostre azioni, quindi, dovranno prender di mira le strutture, i mezzi, gli uomini del regime, colpendo a tutti i livelli e non risparmiando alcun settore [...]. Il terrorismo sia indiscriminato che contro obiettivi ben individuati, e il suo potenziale offensivo (è stato definito l'aereo di bombardamento del popolo)[192] può essere indicato per scatenare l'offensiva contro le forze del regime da parte dei gruppi militanti [...]. Il cecchinaggio [...], pur valido da un punto di vista tattico, non è di per sé sufficiente a mettere in crisi le istituzioni, e per questo dovrà essere affiancato, da un punto di vista strategico, a metodi di lotta di più ampia portata e di maggior coinvolgimento [...].»

Documento di Carlo Battaglia

Il 10 settembre 1980 venne sequestrato all'ordinovista Carlo Battaglia un documento in cui si parlava di «arrivare al punto che non solo gli aerei, ma le navi e i treni e le strade siano insicuri: bisogna ripristinare il terrore [...] Al di fuori di noi, con le nostre idee ci sono milioni di uomini, essi ci aspettano. Diamo un segno inequivocabile della nostra presenza... Occorre un'esplosione da cui non escano che fantasmi»[185][193].

Oltre alle cosiddette trame della strategia della tensione, c'è chi indica come movente la ritorsione degli ambienti dell'estrema destra.

Infatti, due giorni prima della strage era stato rinviato a giudizio Mario Tuti, con altri militanti di Ordine nero, per la strage dell'Italicus, uno degli atti intimidatori e destabilizzanti seguiti a piazza Fontana e piazza della Loggia. Due giorni dopo il 2 agosto ricorreva proprio il sesto anniversario della strage di San Benedetto Val di Sambro[53].

Prima della strage i NAR organizzarono molte azioni punitive, come l'uccisione di Mario Amato, il sostituto procuratore che aveva fatto arrestare Pierluigi Concutelli di Ordine Nuovo per l'omicidio del giudice Vittorio Occorsio e che stava scoprendo le connessioni dei neofascisti con la malavita romana organizzata, e Bologna sarebbe quindi legata all'Italicus, che doveva passare proprio per questa stazione[194].

La tesi di Giovanni Pellegrino

Secondo altre persone, come Giovanni Pellegrino senatore dei DS ed ex presidente della Commissione Stragi, il movente non sarebbe la strategia della tensione e la spinta verso una svolta a destra, ma altri contrasti di potere, che siano stati internazionali tra NATO e Patto di Varsavia, tra Israele e OLP, o tra Stati Uniti e Libia, con l'Italia in posizione ondivaga, che si trovò in mezzo a questa «guerra segreta»; come minaccia per silenziare chi sapeva qualcosa sulle bombe del 1969-1974, ad esempio come faida interna alla P2. La stessa sentenza di condanna degli esecutori emessa della Cassazione afferma che, se essi sono accertati, il movente occulto è oscuro, così come i mandanti[81][195].

Pellegrino, nell'intervista, dichiarò[195]:

«Tutto questo ha un senso nell'Italia del 1969: c'erano il movimento studentesco, l'autunno caldo, Giuseppe Saragat al Quirinale, il governo debole di Mariano Rumor. Mentre questo movente non ha alcun senso nel 1980: quando siamo nell'Italia del Preambolo, del riflusso e del post-fordismo. Con Sandro Pertini al Quirinale. Sarebbe bastato al Presidente affacciarsi al balcone con la pipa in bocca per far insorgere l'Italia intera in sua difesa. E questo non sarebbe successo per Saragat

L'ipotesi del «diversivo» per Ustica

Un'altra ipotesi fu che Bologna servì ad avvalorare la tesi, poi totalmente invalidata, della bomba a bordo del DC-9 Itavia distrutto nella strage di Ustica, oltre a distrarre da Ustica stessa e sviare dalle responsabilità della prima strage (questa pista è nata dalle citate rivelazioni di Vinciguerra, il primo che parlò di un collegamento diretto con Ustica). Questo sarebbe stato fatto per coprire la responsabilità della NATO, le cui forze, forse caccia inglesi e francesi col colpevole disinteresse o assenso del governo italiano, avrebbero lanciato un missile per tentare di colpire il jet privato del leader libico Gheddafi (che si trovava in volo sul Mediterraneo), centrando invece l'aereo civile italiano e un caccia libico ritrovato in Calabria. Secondo questa pista, la bomba di Bologna doveva quindi accreditare la tesi della «bomba di Ustica», riproposta molte volte negli anni[196], ad esempio da Carlo Giovanardi e da Paolo Guzzanti, e molto gradita a livello teorico dai diplomatici statunitensi[197].

I resti dell'aereo DC-9 al museo per la memoria di Ustica.

Luigi Cipriani fu un forte sostenitore della tesi «atlantica», in contrapposizione alla pista neofascista, e accusò la massoneria deviata di seguire ordini e progetti anticomunisti dell'amministrazione Nixon e di Henry Kissinger, tramite la mediazione delle logge statunitensi.[198]

Per Cipriani le logge americane e inglesi avrebbero forzato il Grande Oriente d'Italia, tradizionalmente democratico, facendone convergere gli obiettivi con quelli della Gran loggia regolare d'Italia, di ispirazione conservatrice, e con elementi reazionari della Gran Loggia d'Italia degli Alam: da ciò sarebbe derivata anche l'ascesa di Gelli nella P2. Il politico di Democrazia Proletaria dichiarò inoltre, alla Commissione stragi, e per il decimo anniversario della strage[199]:

«Quella di Bologna rispetto alle precedenti fu una strage anomala, perché avvenne in una situazione politica ampiamente stabilizzata, tale da tranquillizzare gli alleati del nostro paese; perciò la strage assume la caratteristica di un tentativo di cancellare dalla città, dall'attenzione della stampa, dal dibattito politico, dall'opera dei magistrati la strage di Ustica. Perché proprio Bologna è presto detto. Innanzitutto perché a Bologna risiedevano gran parte dei familiari delle vittime di Ustica, che dovevano essere zittiti con una strage di enormi proporzioni in città. In secondo luogo perché il Sismi poteva contare sull'appoggio di importanti magistrati alla Procura della repubblica. Infine, la interpretazione in chiave politica, di attacco alla roccaforte del Pci, sarebbe essa stessa stata un depistaggio sui reali obiettivi, scaricando sulla manovalanza fascista, ampiamente infiltrata dal Sismi, le responsabilità. Come era facilmente prevedibile, il Pci abboccò immediatamente all'amo della strage fascista per colpire le istituzioni democratiche. Ovviamente gli appelli a fare quadrato attorno alle istituzioni contro gli attacchi della destra si sprecarono, tutto il dibattito politico, l'informazione, la magistratura, i servizi vennero impegnati su questo fronte e Ustica cadde nell'oblio.»

E ancora[200]:

«Signor Presidente, da quella lapide dobbiamo togliere le parole "strage fascista", perché ciò è riduttivo e fa parte del depistaggio operato sulla strage di Bologna, diversa dalle altre stragi e che ha molto più a che fare con Ustica e con i rapporti tra Italia, Francia, Stati Uniti, i servizi occidentali e le strutture segrete. Dire che sono stati Fioravanti e compagni è stato un depistaggio: su quella lapide bisogna scrivere "strage di Stato"!»

La "pista palestinese"

Lo stesso argomento in dettaglio: Ipotesi alternative sulla strage di Bologna.

I due terroristi tedeschi di estrema sinistra Thomas Kram e Christa Margot Fröhlich, membri delle Revolutionäre Zellen, legati secondo alcuni al gruppo di «Carlos» e al FPLP,[201] furono iscritti nel registro degli indagati nel 2011 dalla Procura di Bologna. Il nome di Thomas Kram emerse dal ritrovamento, nei primi anni duemila, di un registro d'albergo che ne attestava la presenza a Bologna la notte del 1 agosto e di un documento della dogana di Chiasso che ne attestava l'ingresso in Italia quello stesso giorno. Thomas Kram spiegò in una memoria consegnata alla procura la presenza a Bologna che si trattava di una presenza casuale legata a un ritardo nel raggiungere Firenze, la sua destinazione finale, dove aveva appuntamento con una ragazza. Nel 2015 il giudice per le indagini preliminari Bruno Giangiacomo, su richiesta del PM, ha archiviato la pratica, prosciogliendoli con sentenza di non luogo a procedere.[202]

La cosiddetta "pista palestinese" fu sostenuta anche da una relazione scritta nel 2006 per la commissione parlamentare sul dossier Mitrochin.[203] Questa relazione fu usata dalla difesa di Cavallini nel processo a Bologna, quindi i giudici dedicarono un'intero capitolo della sentenza di primo grado ad esaminarla nel dettaglio e criticarla punto per punto.[204]

Il depistaggio sul terrorista Carlos risale ad alcuni articoli che Mario Tedeschi, giornalista e parlamentare del MSI, pubblicò sul settimanale Il Borghese, ancora prima della strage.[205] Fu poi accertato che Tedeschi era pagato da Gelli per intossicare e sviare le indagini.[14][206]

Vittime

Lapide commemorativa delle vittime della strage.
Altra veduta della lapide contenente i nomi delle vittime. Al centro lo squarcio che rende visibile il foro dall'esterno.

Le vittime furono 85, di cui 3 dalla Germania Ovest (una madre con due figli di 14 e 8 anni), due britannici, uno spagnolo, una francese, una svizzera e un giapponese.

La vittima più giovane aveva 3 anni (Angela Fresu), la più anziana 86 anni (Antonio Montanari).

Elenco delle persone uccise, con la loro età:[207][208]

  • Natalia Agostini, 40 anni, operaia di Bologna; morì qualche giorno dopo
  • Mauro Alganon, 22 anni, commesso, di Asti
  • Vito Ales, 20 anni, operaio specializzato, di Piana degli Albanesi (PA)
  • Maria Idria Avati, 80 anni, di Rossano Calabro (CS)
  • Rosina Barbaro, 58 anni, di Bologna
  • Nazzareno Basso, 33 anni, di Numana (AN); lasciò quattro figli
  • Euridia Bergianti, 49 anni, impiegata, residente a Bologna
  • Katia Bertasi, 34 anni, di Stienta (RO), residente a Bologna
  • Francesco Betti, 44 anni, tassista di Marzabotto (BO)
  • Paolino Bianchi, 50 anni, muratore di Castello di Vigarano Mainarda (FE)
  • Verdiana Bivona, 22 anni, operaia di Castelfiorentino (FI)
  • Argeo Bonora, 42 anni, ferroviere di Galliera (BO)
  • Anna Maria Bosio, 28, maestra di Como
  • Irene Breton, 61 anni, orologiaia dalla Svizzera
  • Viviana Bugamelli, 23 anni, diplomata in ragioneria, di Bologna
  • Sonia Burri, 7 anni, di Bari
  • Davide Caprioli, 20, aspirante commercialista, di Verona
  • Velia Carli, 50, titolare di un'impresa di maglieria di Brusciano (NA)
  • Flavia Casadei, 18 anni, liceale di Rimini
  • Mirco Castellaro, 33, capoufficio in una azienda di Fossalta (FE)
  • Antonella Ceci, 19, perito chimico di Altofonte (PA)
  • Franca Dall'Olio, 20 anni, impiegata, di Bologna
  • Roberto De Marchi, 21 anni, pallavolista di Marano Vicentino
  • Antonino Di Paola, 32, operaio di Palermo
  • Mauro Di Vittorio, 24, di Roma, era di ritorno da Londra[209]
  • Cesare Francesco Diomede Fresa, 14, morto assieme ai genitori
  • Vito Diomede Fresa, 62, medico di Bari
  • Brigitte Drouhard, 21 anni, francese, impiegata
  • Berta Ebner, 50 anni, casalinga di San Leonardo in Passiria (BZ)
  • Lina Ferretti, 53, casalinga di Livorno
  • Mirella Fornasari, 36, impiegata, di Casalecchio di Reno (BO)
  • Angela Fresu, 3 anni
  • Maria Fresu, 24 anni, madre di Angela Fresu
  • Errica Frigerio, 57, insegnante di Bari
  • Roberto Gaiola, 25 anni, di Vicenza
  • Pietro Galassi, 66 anni, preside a Viareggio (LU)[210]
  • Manuela Gallon, 11 anni, di Bologna
  • Eleonora Geraci, 46 anni, di origini palermitane
  • Francisco Gómez Martínez, 23, catalano, impiegato
  • Carla Gozzi, 36, impiegata, di Concordia (MO)
  • John Andrew Kolpinski, 22, laureato in discipline artistiche a Birmingham
  • Vincenzo Lanconelli, 51 anni, ispettore del lavoro in pensione
  • Antonio Francesco Lascala, 56, centralinista delle Ferrovie dello Stato
  • Pier Francesco Laurenti, 44, impiegato, di Berceto (PR)
  • Salvatore Lauro, 57, maresciallo dell'aeronautica, di Brusciano (NA)
  • Umberto Lugli, 38 anni, aveva una merceria a Carpi
  • Eckhardt Mader, 14 anni, dalla Vestfalia
  • Kai Mader, 8 anni, dalla Vestfalia
  • Elisabetta Manea, 60, di Marano Vicentino, morì con il figlio
  • Maria Angela Marangon, 22, babysitter, di Rosolina (RO)
  • Rossella Marceddu, 19 anni, studiava per diventare assistente sociale
  • Amorveno Marzagalli, 54, dirigente d'azienda in provincia di Novara
  • Angela Marino, 23, impiegata, di Altofonte (PA)[211]
  • Leo Luca Marino, 24, muratore di Ravenna
  • Domenica Marino, 26, collaboratrice domestica, di Altofonte
  • Carlo Mauri, 32, perito meccanico, di Como
  • Luca Mauri, 6 anni, morto con i genitori
  • Patrizia Messineo, 18, diplomata in ragioneria, di Bari
  • Catherine Helen Mitchell, 22 anni, laureata a Birmingham
  • Loredana Molina, 44 anni, bolognese
  • Antonio Montanari, 86 anni, pensionato di Santa Maria Codifiume (FE)
  • Nilla Natali, 25 anni, lavorava all'interno della stazione
  • Lidia Olla, 67 anni, di Cagliari
  • Giuseppe Patruno, 18 anni, elettricista di Bari
  • Vincenzo Petteni, 34 anni, originario di Malè (TN), abitava a Ferrara
  • Angelo Priore, 26 anni, ottico, originario di Malles Venosta (BZ)
  • Roberto Procelli, 21 anni, di San Leo di Anghiari (AR)
  • Pio Carmine Remollino, 31 anni, originario di Bella (PZ)
  • Gaetano Roda, 31 anni, dipendente delle Ferrovie dello Stato
  • Margret Rohrs Mader, 39 anni, dalla Vestfalia in Germania Ovest
  • Romeo Ruozi, 54 anni, pensionato, originario di Reggio Emilia
  • Vincenzina Sala, 50, nata a Pavia e residente a Bologna
  • Anna Maria Salvagnini, 51, insegnante di Sant'Angelo di Piove (PD)
  • Sergio Secci, 24 anni, nato a Terni, laureato al DAMS di Bologna[212]
  • Iwao Sekiguchi, 20 anni, brillante studente giapponese
  • Salvatore Seminara, 34, perito elettrotecnico, originario del catanese
  • Silvana Serravalli, 34, maestra di Bari
  • Mario Sica, 44, avvocato di Roma residente a Torino
  • Angelica Tarsi, 72 anni, marchigiana residente a Bologna
  • Marina Antonella Trolese, 16 anni, liceale di Sant'Angelo di Piove (PD)
  • Vittorio Vaccaro, 24, operaio ceramista originario di Palermo
  • Fausto Venturi, 38 anni, tassista bolognese
  • Rita Verde, 23 anni, bolognese, impiegata
  • Onofrio Zappalà, 27 anni, dipendente di Ferrovie dello Stato
  • Paolo Zecchi, 23 anni, bolognese, dipendente di una banca

Commemorazioni

Il foro nel pavimento provocato dalla bomba, sito al di sotto della lapide contenente i nomi delle vittime.
L'orologio della stazione, fermo perennemente alle ore 10:25 in memoria del momento della strage. Nel 2001 venne riparato e fatto ripartire dalle Ferrovie, ma la città di Bologna volle che fosse fermato di nuovo sull'ora della strage.
Lapide UNESCO a memoria della strage.
La manifestazione per il trentennale della strage, celebratasi il 2 agosto 2010

Il 2 agosto è considerata la giornata in memoria di tutte le stragi, e la città di Bologna con l'Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 organizzano ogni anno il Concorso internazionale di composizione "2 Agosto" con concerto in piazza Maggiore[213].

Per ricordare la strage, nella ricostruzione dell'ala della stazione distrutta è stato creato uno squarcio nella muratura. All'interno, nella sala d'aspetto, è stata mantenuta la pavimentazione originale nel punto dello scoppio. Il settore ricostruito presenta l'intonaco esterno liscio e non «bugnato» come tutto il resto del fabbricato, in modo che sia immediatamente riconoscibile e più visibile. È stato mantenuto intatto uno degli orologi nel piazzale antistante la stazione ferroviaria, quello che si fermò alle 10:25; nell'agosto 2001 l'orologio venne rimesso in funzione[35][36], ma di fronte a decise rimostranze le Ferrovie convennero sull'opportunità che quelle lancette rimanessero ferme a perenne ricordo.

Il cippo commemorativo nella stazione di Bologna contiene l'elenco delle «vittime del terrorismo fascista». Durante il mandato di Giorgio Guazzaloca (centrodestra), sindaco di Bologna dal 1999 al 2004, l'esponente locale di Alleanza Nazionale Massimiliano Mazzanti propose al sindaco di non citare più la «matrice fascista» della strage nella commemorazione ufficiale del 2 agosto, anche se confermata con le condanne del 1995[214]. Nonostante le critiche dell'opposizione, il sindaco, pur non ammettendo di aver accolto l'invito che veniva da una parte della sua maggioranza, così fece per tutte e cinque le celebrazioni che lo videro protagonista. Dal 2004, invece, il nuovo sindaco, Sergio Cofferati, è tornato a scandire la vecchia formula durante la manifestazione ufficiale.

Nel 2009 Sandro Bondi, Ministro della cultura del governo Berlusconi, venne fischiato e insultato mentre interveniva alla cerimonia di commemorazione nel piazzale della stazione.[215][216] Nel 2010, nel giorno del trentennale della strage, per la prima volta nessun rappresentante del governo è stato presente alla commemorazione, svoltasi dapprima in Comune e successivamente nel piazzale antistante la stazione: il rappresentante per lo Stato è stato il prefetto di Bologna, Angelo Tranfaglia.[217] Il governo Monti, nel 2012, ripristinò l'abitudine di essere presente alla cerimonia inviando il Ministro dell'Interno Annamaria Cancellieri.[218]

Il 24 settembre 2010 è stata posta sul binario 1 della stazione di Bologna una targa commemorativa con cui UNESCO dichiara che il luogo è "patrimonio messaggero di una cultura di pace e di nonviolenza".

Nel luglio 2020, per commemorare il 40º anniversario della strage alla stazione e della strage di Ustica, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha reso omaggio alle vittime deponendo una corona di fiori nei pressi della lapide posta all'interno della stazione ferroviaria di Bologna.[219]

Influenza culturale

Cinema e teatro

  • Un anno dopo la strage, il 31 luglio 1981, Carmelo Bene eseguì una lectura Dantis di vari canti della Divina Commedia e di due sonetti di Dante Alighieri dall'alto della Torre degli Asinelli, nella piazza della città emiliana: dedicò la serata non ai morti, bensì ai feriti della strage[220].
  • Il cortometraggio di Massimo Martelli Per non dimenticare (1992) mostra la vita di diverse persone (interpretate perlopiù da attori famosi, come Giuseppe Cederna, Massimo Dapporto, Giuliana De Sio) nell'ora immediatamente precedente la strage.
  • Il documentario Iltrentasette di Roberto Greco (2005) contiene le testimonianze di diverse persone che presero parte ai soccorsi.
  • La strage di Bologna è stata ricordata nel romanzo di Giancarlo De Cataldo Romanzo criminale e appare nell'omonimo film del 2005 con la regia di Michele Placido, in cui viene fatta intendere la responsabilità di uomini dello Stato. Nel film si vede esplodere l'ala Est della stazione, anziché l'ala ovest come realmente accadde. L'omonima serie televisiva, trasmessa prima da Sky Cinema 1 e successivamente da Italia 1, ne ha fatto il soggetto dell'undicesima puntata della prima stagione, seguendo la tesi della connivenza dei servizi segreti con gli autori della strage.
  • Il tragico evento viene ricordato anche nel film Da zero a dieci di Luciano Ligabue (2002), nel quale Libero, uno dei quattro protagonisti, rivela che un suo amico ha perso la vita, essendo rimasto coinvolto nell'esplosione mentre si trovava alla stazione di Bologna.
  • Il regista Filippo Porcelli ha dedicato tre film alla memoria del 2 agosto 1980:
    • 2 agosto 1980. Oggi (2005)
    • 2 agosto, stazione di Bologna. Binario 9 ¾ (2006)
    • NowHere (2007)
  • Il narratore Daniele Biacchessi racconta la strage alla stazione di Bologna negli spettacoli La storia e la memoria e Il paese della vergogna con il gruppo Gang.
  • Il film del 2010 L'estate di Martino, di Massimo Natale, ricorda nel finale la strage alla stazione, anche se indirettamente, poiché tutta la negatività delle ore 10:25 viene convogliata sul protagonista che muore, lasciando scorrere senza alcuna esplosione il momento fatidico delle 10:25 a Bologna.
  • Il documentario di Francesco Patierno, Giusva, la vera storia di Valerio Fioravanti (2011) racconta la versione di uno dei tre condannati per la strage. Il film è stato commercializzato su supporto DVD unitamente a un libro con interventi di Andrea Colombo, Nicola Rao e Luca Telese.
  • Il documentario del 2012 Un solo errore – Bologna, 2 agosto 1980, di Matteo Pasi, riporta le testimonianze di alcuni sopravvissuti, parenti delle vittime, soccorritori, rilasciate trenta anni dopo il fatto, oltre a interviste a magistrati, giornalisti e in particolare una a Licio Gelli.[40]
  • Nel 2013 Pupi Avati ricorda la strage del 2 agosto nella miniserie televisiva Un matrimonio con Micaela Ramazzotti e Flavio Parenti.
  • Il film del 2014 Bologna 2 agosto... i giorni della collera di Giorgio Molteni e Daniele Santamaria Maurizio, si concentra sulla storia dei NAR e sulla strage di Bologna.
  • Il film del 2015 La linea gialla di Emilio Marrese, regia di Francesco Conversano e Nene Grignaffini, con Valentina Lodovini, Francesco Guccini, Ivano Marescotti, Roberto Messini e Rolando Ravello (prodotto e distribuito da la Repubblica), racconta la vita che la più piccola vittima della strage, Angela Fresu, avrebbe potuto avere.

Musica

  • Fabrizio De André, Se ti tagliassero a pezzetti. C'è un velato riferimento alla strage nel testo scritto con Massimo Bubola e presente nell'album L'indiano (1981)[221]: T'ho incrociata alla stazione / che inseguivi il tuo profumo / presa in trappola da un tailleur grigio fumo / i giornali in una mano e nell'altra il tuo destino / camminavi fianco a fianco al tuo assassino.
  • Francesco Guccini, Bologna (dall'album Metropolis del 1981). Il cantautore tosco-emiliano, alludendo alla strage, descrive una Bologna capace d'amore, capace di morte e che sa stare in piedi, per quanto colpita.
  • Pierangelo Bertoli, Nicolò (dal 33 giri Album pubblicato nel 1981). Bertoli rievoca il tragico avvenimento nei versi: Col fiato sospeso nel fuoco e nel fumo / Bologna si staglia sfinita.
  • Frankie hi-nrg mc nel singolo Fight da Faida (1991) denuncia i soprusi dei potenti e in particolare il Potere di uno Stato che di tutto se ne frega / Strage di Bologna, Ustica, Gladio / Cumuli di scheletri ammassati in un armadio.[222]
  • Giorgio Gaber, Qualcuno era comunista (1992). C'è un riferimento esplicito, come per altre stragi del periodo: Qualcuno era comunista perché piazza Fontana, Brescia, la stazione di Bologna, l'Italicus, Ustica, eccetera, eccetera, eccetera.
  • Assalti Frontali, Nel posto giusto (dall'album Conflitto, 1996). Racconta le emozioni di una serata di un gruppo di amici, che inizia al Forte Prenestino a Roma e poi verso mezzanotte ce ne usciamo dal Forte [...] se una cosa va fatta va fatta e la faccio [...] una foto un ricordo l'orologio di Bologna 2 agosto fermo alle 10 e 25 la scritta «come ripulisce le stazioni un fascista».[223]
  • I Fratelli di Soledad, Brescia Bologna Ustica.
  • Daniele Silvestri, La bomba (dall'album Il dado, 1996).
  • Lucilla Galeazzi, Per Sergio.
  • Oblivion, La stazione di Bologna.
  • Offlaga Disco Pax, Sensibile.
  • Lo Stato Sociale, Linea 30.
  • Modena City Ramblers, Il giorno che il cielo cadde su Bologna.
  • Kalamu, Tutti giù per terra (dall'album Costruiamo palazzi).
  • Fabrizio Moro, L’Italia è di tutti (dall’album L’Inizio, 2013)

Letteratura

Opere figurative

Note

  1. 1 2 Antonella Beccaria, Fioravanti, Mambro e Ciavardini rimangono gli esecutori materiali, in il Fatto Quotidiano.it, 19 agosto 2011. URL consultato l'11 agosto 2013.
  2. Strage di Bologna, ergastolo per l'ex Nar Cavallini. L'avvocato di parte civile: "Inquietanti collegamenti con apparati dello Stato deviati", su Il Fatto Quotidiano, 9 gennaio 2020. URL consultato l'11 gennaio 2020.
  3. 1 2 Strage di Bologna, in appello confermato l’ergastolo per Paolo Bellini: per i giudici partecipò all’attentato neofascista alla stazione, in il Fatto Quotidiano, 8 luglio 2024. URL consultato il 2 agosto 2024.
  4. 1 2 3 4 Strage di Bologna, chiuse le indagini: "Bellini esecutore, Licio Gelli mandante", in Sky TG24, 11 febbraio 2020. URL consultato l'11 febbraio 2020.
  5. Strage di Bologna, ecco perché Licio Gelli finanziò l’eccidio neofascista. Le carte segrete svelate da L’Espresso, in l'Espresso, 6 aprile 2023. URL consultato il agosto 2023.
  6. Sentenza 2025, p. 2 del pdf
  7. Sentenza 2024, p. 7 del pdf
  8. Imposimato, p. 236
  9. 1 2 Processo Cavallini, Sentenza del 2020, p. 37 del pdf
  10. Redazione Adnkronos, Strage Bologna, Mattarella: "Coperture e ignobili depistaggi, verità completa è un dovere", in Adnkronos, 2 agosto 2023. URL consultato il 2 agosto 2023 (archiviato dall'url originale il 6 agosto 2023).
  11. 1 2 La strage di Bologna, su Internazionale.it, 2 agosto 2013. URL consultato il 15 ottobre 2014.
  12. 1 2 Paolo Biondani e Giovanni Tizian, Bologna 1980: la mano dei Servizi sulla strage, su L'Espresso, 1º agosto 2018. URL consultato l'11 dicembre 2018 (archiviato dall'url originale l'8 agosto 2024).
  13. Strategia della tensione, su treccani.it, Dizionario di Storia - Treccani. URL consultato l'11 dicembre 2018 (archiviato dall'url originale il 15 ottobre 2018).
  14. 1 2 Paolo Biondani, Terroristi neofascisti, depistatori piduisti, soldi di Gelli: la strage di Bologna non è più un mistero, in L'Espresso, 1º agosto 2024. URL consultato l'8 agosto 2024 (archiviato dall'url originale l'8 agosto 2024).
  15. Maurizio Gallo, Bologna, il processo surreale. Troppi dubbi sui neri «colpevoli», in Il Tempo, 1º agosto 2014. URL consultato il 22 gennaio 2015 (archiviato dall'url originale il 17 novembre 2015).
  16. Strage alla stazione di Bologna: ergastolo per Gilberto Cavallini, ex terrorista dei Nar, in Il Messaggero, 9 gennaio 2020. URL consultato il 21 febbraio 2026.
  17. Sentenza 2025, p. 85 del pdf
  18. Sentenza 2024, pp. 38, 43 e 310 del pdf
  19. Sentenza 2025, pp. 16, 48 e 80 del pdf
  20. Strage di Bologna, le motivazioni della Cassazione: "Accertato contributo Bellini, suo alibi falso", in adnkronos, 16 gennaio 2026. URL consultato il 14 febbraio 2026.
  21. Bologna 1980: la mano dei Servizi sulla strage, su l'Espresso, 1º agosto 2018. URL consultato il 24 maggio 2026.
  22. Sentenza 1988, p. 118 del pdf
  23. Processo Cavallini, Sentenza del 2020, p. 893 del pdf
  24. Biondani, p. 197
  25. Processo Cavallini, Sentenza del 2020, pp. 912 e 935 del pdf
  26. Sentenza 2022, p. 1531 del pdf
  27. La perizia citata è stata effettuata con tecniche sofisticate non disponbili negli anni '80, rivalutando quindi gli esiti della perizia disposta nel corso del primo processo, secondo la quale l'ordigno aveva una massa di 23 kg, di cui 5 kg di tritolo e T4 (il «Compound B»), potenziati da 18 kg di gelatinato (nitroglicerina a uso civile). Vedi Lucarelli, p. 196 e Processo Cavallini, Sentenza del 2020, capitolo 17 "La perizia sull'esplosivo", e in particolare p. 899 del pdf.
  28. Lucarelli, pp. 192 e 197
  29. Lucarelli, p. 192
  30. 1 2 3 Biondani, p. 198
  31. Bologna 1980, la ferita non è ancora guarita, in la Stampa, 1° agosto 2011. URL consultato il 3 maggio 2026.
  32. blog de "iltrentasette, memorie di una città ferita", su iltrentasette.blogspot.com. URL consultato il 17 febbraio 2026.
  33. Strage di Bologna: gli infermieri che soccorsero le vittime riportano le loro testimonianze, su Nurse Times, 28 luglio 2016. URL consultato il 17 febbraio 2026.
  34. Disperata corsa agli ospedali anche con gli autobus e i taxi (PDF), in l'Unità, 3 agosto 1980. URL consultato il 22 febbraio 2020.
  35. 1 2 Michele Serra, Fermate l'orologio di Bologna, su repubblica.it, 18 agosto 2001. URL consultato il 12 settembre 2012.
  36. 1 2 Mario Porqueddu, Strage di Bologna, le Ferrovie riattivano l'orologio. Guazzaloca: è un errore, in Corriere della Sera, 18 agosto 2001. URL consultato il 18 luglio 2012.
  37. Strage di Bologna, il racconto della sopravvissuta: "Quel boato mi tormenta ancora", in la Repubblica, 2 agosto 2015. URL consultato il 17 febbraio 2026.
  38. 1 2 La storia d'Italia, 23 - Dagli anni di piombo agli anni Ottanta, Torino, 2005, p. 587, ISBN 9771128445042.
  39. Strage alla stazione centrale, su Biblioteca Salaborsa, 30 settembre 2021. URL consultato il 27 marzo 2026.
  40. 1 2 Intervista dal documentario: Filmato audio Matteo Pasi, Un solo errore – Bologna, 2 agosto 1980, su YouTube, 2012, a 1 h 1 min 4 s. URL consultato il 17 marzo 2026.
  41. L'Associazione ha curato, insieme ad altre associazioni di vittime delle stragi la pubblicazione del libro intitolato Il terrorismo e le sue maschere edito nel 1996 dalla Pendragon di Bologna.
  42. Morando, pp.120-124
  43. Morando, pp. 56-58
  44. Turone, p. 17
  45. 1 2 Sentenza 1994, p. 418 del pdf
  46. Turone, p. 45
  47. Relazione della commissione parlamentare d'inchiesta sulla loggia massonica P2 (PDF), 11 luglio 1984, p. 101 del pdf. Ospitato su Senato della Repubblica.
    «la Loggia P2 è quindi gravemente coinvolta nella strage dell'Italicus e può ritenersene anzi addirittura responsabile in termini non giudiziari ma storico-politici, quale essenziale retroterra economico, organizzativo e morale.»
  48. 1 2 3 Bolognesi, Scardova, p. 61
  49. Lucarelli, p. 196
  50. Una strage spaventosa, in l'Unità, 3 agosto 1980. URL consultato il 2 agosto 2013 (archiviato dall'url originale il 4 marzo 2016).
  51. Sentenza 1988, p. 120 del pdf
  52. 1 2 Roberto Raja (a cura di), La strage di Bologna, su Cinquantamila giorni, 20 agosto 2011. URL consultato il 20 agosto 2013 (archiviato dall'url originale il 23 agosto 2013).
  53. 1 2 3 4 5 6 7 Zavoli, p. 417
  54. Lucarelli, p. 197
  55. Lucarelli, p. 198
  56. Sentenza ordinanza 1986, p. 50 del pdf
  57. sentenza ordinanza 1986, pp. 107, 318,319, 946-950 del pdf
  58. Sentenza ordinanza 1986, p. 72 del pdf
  59. Sentenza ordinanza 1986, pp. 50 e 51 del pdf
  60. Sentenza 1994, p. 420 del pdf
  61. Morando, pp. 149,150
  62. Bolognesi, Scardova, p. 63
  63. fra cui Sergio Calore; sul depistaggio perpetrato per mezzo di Farina si legga Bolognesi, Scardova, Chicco e Ciccio, pp. 264-273.
  64. Sentenza 1994, pp. 422-423
  65. Bolognesi, Scardova, p.272
  66. Sentenza istruttoria 1986, pp. 982-1024 del pdf
  67. Turone, p. 305
  68. Sentenza 1994, p. 426 del pdf
  69. Morando, p. 28
  70. Biondani, p. 216
  71. 1 2 Zavoli, p. 418
  72. Morto il generale Santovito discusso ex capo del Sismi, in La Stampa, 6 febbraio 1984. URL consultato il 15 ottobre 2016.
  73. 1 2 3 Lucarelli, p. 201
  74. Sentenza della Corte d’Assise di Roma (4 settembre 1985), su stragi.it. URL consultato il 1° aprile 2026.
  75. Processo per le «deviazioni» del Sismi 9 anni a Musumeci, 8 e mezzo a Pazienza, in La Stampa, 30 luglio 1985. URL consultato il 15 ottobre 2016.
  76. Turone, p. 303
  77. 1 2 Biondani, p. 218
  78. Non esisteva il Super-Sismi ma un gruppo di imbroglioni, in La Stampa, 15 marzo 1986. URL consultato il 15 ottobre 2016.
  79. «Non ci fu super-Sismi» ma attività censurabili, in La Stampa, 14 giugno 1986. URL consultato il 15 ottobre 2016.
  80. 1 2 Giovanni Bianconi, Due colpevoli per la strage di Bologna, in La Stampa, 24 novembre 1995. URL consultato il 30 marzo 2026.
  81. 1 2 3 Antonio Amorosi, Esclusivo, strage di Bologna. Nuova pista per i mandanti, su affaritaliani.it, 25 luglio 2012. URL consultato il 27 aprile 2014 (archiviato dall'url originale il 28 aprile 2014).
  82. Due agosto, "a un passo dai mandanti": la speranza nel giorno della memoria, in la Repubblica, 2 agosto 2013. URL consultato il 19 maggio 2026.
  83. 1 2 Concetto Vecchio, Fioravanti: "Ora la Procura lavori sulla pista palestinese", in la Repubblica, 4 agosto 2009. URL consultato il 30 marzo 2026.
  84. Bolognesi contro Fioravanti. Due verità a confronto sulla strage, in Panorama, 2 agosto 2012. URL consultato l'8 giugno 2014 (archiviato dall'url originale il 14 luglio 2014).
  85. Bolognesi, Scardova, pp. 74-81, 88-91, 130
  86. Bolognesi, Scardova, pp. 21-27, 156,157
  87. 1 2 3 Strage Bologna, pm: non sono emersi "elementi concreti" su finanziamenti da Gelli-Ortolani, in Rai News, 9 marzo 2017. URL consultato il 17 febbraio 2026.
  88. Morando, p. 120
  89. Morte Gelli, Bolognesi: "Lui il mandante della strage", in la Repubblica, 16 dicembre 2015. URL consultato il 12 luglio 2016.
  90. Morando, p. 122
  91. Morando, pp. 122-123
  92. Bologna, strage 2 agosto. La Procura generale riapre l'inchiesta sui mandanti, in il Resto del Carlino, 26 ottobre 2017. URL consultato il 17 febbraio 2026.
  93. Strage di Bologna, accuse per Gelli e il «Supersismi», in La Stampa, 12 dicembre 1985. URL consultato il 17 febbraio 2026.
  94. Vincenzo Tessandori, Bologna, storia di una strage, in La Stampa, 15 giugno 1986. URL consultato il 15 ottobre 2016.
  95. 1 2 3 A Bologna processo rinviato, in La Stampa, 20 gennaio 1987. URL consultato il 17 febbraio 2026.
  96. Zavoli, pp. 426, 427
  97. Sentenza del processo d’Appello (18 luglio 1990), su Associazione tra i Familiari delle Vittime della Strage della Stazione di Bologna del 2 Agosto 1980. URL consultato il 17 febbraio 2026.
  98. Lucarelli, p. 211
  99. Paola Cascella, 'Sulla bomba sappiamo tutto', in la Repubblica, 10 ottobre 1993. URL consultato il 15 ottobre 2016.
  100. Marisa Ostolani, Bologna, una strage fascista, in La Stampa, 17 maggio 1994. URL consultato il 15 ottobre 2016.
  101. 1 2 Giorgio Dell'Arti, Sergio Picciafuoco, in Cinquantamila giorni, 4 ottobre 2013. URL consultato l'8 giugno 2014.
  102. Bologna, due assoluzioni in appello Per la strage non ci fu depistaggio, in la Repubblica, 22 dicembre 2001. URL consultato il 15 ottobre 2016.
  103. Strage Bologna, Ciavardini assolto, in La Stampa, 31 gennaio 2000. URL consultato il 15 ottobre 2016.
  104. Paola Cascella, Due Agosto, 30 anni a Ciavardini, in la Repubblica, 10 marzo 2002. URL consultato il 15 ottobre 2016.
  105. Per Ciavardini nuovo processo per la strage, in la Repubblica, 19 dicembre 2003. URL consultato il 15 ottobre 2016.
  106. Luigi Ciavardini, ex Nar, condannato a trent'anni per la strage alla stazione nell'agosto 1980, in La Stampa, 14 dicembre 2004. URL consultato il 15 ottobre 2016.
  107. Elsa Vinci, Strage di Bologna 30 anni a Ciavardini, in la Repubblica, 12 aprile 2007. URL consultato il 15 ottobre 2016.
  108. Stragi, Renzi toglie il segreto di Stato: tutta la verità su Ustica, piazza Fontana, Italicus, stazione di Bologna, in Il Messaggero, 22 aprile 2014. URL consultato il 18 febbraio 2026.
    «I «fatti sanguinosi» di Ustica, Peteano, treno Italicus, piazza Fontana, Piazza della Loggia, Gioia Tauro, stazione di Bologna e rapido 904 non sono più coperti dal segreto di Stato.»
  109. Cronologia della strage alla stazione di Bologna (2 agosto 1980), in Il Fatto Quotidiano, 30 luglio 2011. URL consultato il 20 febbraio 2020.
  110. processo Cavallini, Sentenza del 2020, pagine 565-573 del pdf
  111. Strage Bologna, acrobazie giudiziarie per processare (di nuovo) Cavallini, in Secolo d'Italia, 26 ottobre 2017. URL consultato il 27 marzo 2026.
  112. Andreina Baccaro, Strage di Bologna, i pm: ergastolo per Cavallini. Ma l’ex Nar non andrebbe più in carcere, su Corriere di Bologna, 28 novembre 2019. URL consultato il 9 gennaio 2020.
  113. 1 2 Giuseppe Baldessarro, Strage di Bologna, ergastolo a Gilberto Cavallini, in la Repubblica, 9 gennaio 2020. URL consultato il 9 gennaio 2020.
  114. Strage Bologna, ergastolo per Cavallini, su Adnkronos. URL consultato il 9 gennaio 2020.
  115. Andrea Priante, Strage Bologna, il pizzino di Maggi: «Date i detonatori agli amici di Cavallini», in Corriere del Veneto, 29 ottobre 2017. URL consultato il 13 novembre 2017.
  116. Nicola Bianchi, Strage Bologna 2 agosto 1980, il legame con il covo Moro, in Il Resto del Carlino, 13 ottobre 2019. URL consultato il 9 gennaio 2020.
  117. Strage di Bologna, ergastolo per l’ex Nar Cavallini. L’avvocato di parte civile: “Inquietanti collegamenti con apparati dello Stato deviati”, in Il Fatto Quotidiano, 9 gennaio 2020. URL consultato il 20 febbraio 2020.
  118. Strage di Bologna: confermato in appello l'ergastolo per l'ex Nar Cavallini, su Rai News, 27 settembre 2023.
  119. Strage Bologna: Bellini esecutore e Gelli mandante - Emilia-Romagna, su Agenzia ANSA, 11 febbraio 2020. URL consultato il 12 febbraio 2020.
  120. 1 2 Strage di Bologna, processo ai mandanti: Bellini tra gli esecutori per conto di Licio Gelli, su la Repubblica, 11 febbraio 2020. URL consultato il 12 febbraio 2020.
  121. il Resto del Carlino, Strage Bologna 2 agosto. "I mandanti sono Gelli e i Servizi deviati", su il Resto del Carlino, 1581424387546. URL consultato il 12 febbraio 2020.
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  171. Addirittura l'ufficio di D'Amato al Ministero dell'Interno veniva soprannominato "Ufficio Bombe" nell'ambiente di Vinciguerra. Vedi: Sentenza 2022, p. 604 del pdf
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  176. Morando, p. 152
  177. Sentenza 2022, p. 615 del pdf
  178. soprannominato il «mostro del Circeo», per un efferato massacro compiuto contro due donne nel 1975, assieme ai suoi complici Andrea Ghira e Gianni Guido, autore di tre omicidi (due compiuti negli anni duemila, dopo la sua prima scarcerazione dopo la pena per i precedenti atti delittuosi) e ripetuta violenza sessuale
  179. Strage di Bologna: Ciavardini: 'Incastrato da Izzo', in il Resto del Carlino, 30 marzo 2006. URL consultato l'8 giugno 2014.
  180. «Si è visto il persistente rapporto fra Delle Chiaie e ambienti della P2 e della massoneria, messo in evidenza non solo da Vincenzo Vinciguerra, ma anche da tutti quegli elementi che legano direttamente il Delle Chiaie al Gelli e cioè i loro contatti in forma telefonica durante la latitanza del Delle Chiaie, di cui parla la Nara Lazzerini ed il loro incontro del 1989 di cui parla il teste Villone, ma soprattutto ben più significativa circostanza che i nomi di entrambi sono stati esclusi dal rapporto definitivo sul golpe Borghese. Non va sottaciuto infine che sia Gelli che Delle Chiaie sono stati infine avvantaggiati da quel complesso di attività di sviamento delle indagini che ha percorso la prima istruttoria e che è ricaduto anche su decisioni giurisdizionali successive. Come ben si vede, come nel caso di Augusto Cauchi, si è giunti a raccogliere un insieme di elementi tale da avvicinarsi notevolmente all'adeguatezza per disporre il rinvio a giudizio. Anche in questo caso, tuttavia, occorre tenere conto delle elusività di Vinciguerra, della mancanza di conferme da parte delle fonti di Angelo Izzo, nonché di alcuni elementi non chiari della deposizione Spiazzi a suo tempo messi in evidenza dalla sentenza ordinanza dei Giudici Istruttori di Bologna del 14 giugno 1986. Tutto ciò considerato, allo stato degli atti, conviene disporre il proscioglimento di Stefano Delle Chiaie e dell'intera dirigenza di Avanguardia Nazionale dai delitti loro rispettivamente ascritti concernenti la strage di Bologna del 2 agosto 1980 per non aver commesso i fatti».
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Bibliografia

Sentenze giudiziarie

Altri saggi

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  • Nicola Rao, Il piombo e la celtica. Storie di terrorismo nero. Dalla guerra di strada allo spontaneismo armato, Milano, Sperling & Kupfer, 2010.
  • Enzo Raisi, Bomba o non bomba. Alla ricerca ossessiva della verità, Bologna, Minerva, 2012, ISBN 978-88-7381-444-3.
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Opere letterarie

Voci correlate

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